L’Iran dice sì alla fine della guerra ma chiede garanzie, e intanto i mercati scommettono sulla distensione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A poco più di un mese dall’inizio del conflitto aperto tra Iran e gli Stati Uniti – con Israele, com’è noto, direttamente coinvolto sul campo – Teheran prova a impostare una strategia che non sia semplicemente il cessate il fuoco ma la conclusione definitiva delle ostilità. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, in una conversazione telefonica con il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, ha formalizzato quella che definisce la “volontà necessaria” a porre fine alla guerra, condizionandola però a un punto che per la Repubblica Islamica appare non negoziabile: la previsione di garanzie, scritte o comunque vincolanti, capaci di impedire che l’aggressione si ripeta.

Una condizione che tiene in sospeso la trattativa

Le parole di Pezeshkian, riportate in una nota del suo ufficio, sono chiare nel merito ma lasciano aperti tutti gli interrogativi sulla forma che queste garanzie dovrebbero assumere. “Possediamo la volontà necessaria a porre fine a questo conflitto, a condizione che siano soddisfatte le condizioni essenziali, in particolare le garanzie necessarie per evitare il ripetersi dell’aggressione”, ha dichiarato il presidente iraniano, senza specificare se si tratti di un impegno unilaterale americano, di una cornice internazionale o di un meccanismo di verifica. La diplomazia, in queste ore, sembra muoversi su più binari: da una parte il canale europeo rappresentato da Costa, dall’altra segnali meno ufficiali ma non per questo meno rilevanti che vedrebbero protagonisti gli Stati Uniti.

Il ruolo dell’inviato americano e la posizione di Roma

Proprio su questo punto il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha fornito un elemento ulteriore, confermando in un’intervista ad Al Jazeera di ricevere messaggi dall’inviato speciale americano Steve Witkoff. Araghchi ha però tenuto a precisare – quasi a voler circoscrivere l’ambito del contatto – che l’esistenza di questi messaggi non equivale all’apertura di negoziati formali con Washington. La distinzione, in una fase delicata come quella attuale, è tutt’altro che formale: Teheran evita di legittimare un confronto diretto con l’amministrazione Trump mentre, allo stesso tempo, non chiude completamente canali che potrebbero rivelarsi utili per arrivare a quella “fine completa della guerra” di cui parla lo stesso Araghchi. Il capo della diplomazia iraniana ha infatti ribadito che l’obiettivo non è un cessate il fuoco temporaneo ma la conclusione definitiva del conflitto in tutta la regione, accompagnata – oltre che dalle garanzie – anche da un risarcimento per i danni subiti.

La reazione dei mercati tra criptovalute e bond

Un segnale dell’impatto che queste dichiarazioni hanno al di fuori del perimetro strettamente politico viene dai mercati finanziari, dove le parole di Pezeshkian hanno innescato un movimento rapido seppur ancora cauto. I mercati crypto, azionari e dei bond hanno registrato un recupero dopo la diffusione delle dichiarazioni del presidente iraniano, interpretate dagli investitori come un possibile varco verso una de-escalation. Gli analisti sottolineano però che si tratta di una reazione condizionata: la stessa richiesta di garanzie, avanzata ormai da giorni e per la quale si starebbero attivando diversi canali diplomatici, impedisce di parlare di una svolta già consolidata. La volatilità, insomma, resta alta, e i listini attendono sviluppi più concreti prima di inrare scenari di pace duratura.

Il nodo delle garanzie e i tempi della diplomazia

La posizione iraniana, in questa fase, si regge su un’apparente contraddizione che è invece il fulcro della strategia di Teheran: dichiararsi disponibile a chiudere il conflitto ma subordinare questa disponibilità a condizioni che nessuna delle controparti – in particolare gli Stati Uniti – ha finora formalmente accettato. L’amministrazione Trump, con Trump nuovamente alla Casa Bianca, non ha dato segnali univoci di voler impegnarsi su garanzie che andrebbero ben oltre la semplice sospensione delle operazioni militari. Da qui la prudenza che caratterizza anche le reazioni dei mercati, pronti a scommettere sulla distensione ma consapevoli che la distanza tra la “volontà necessaria” evocata da Pezeshkian e la concreta architettura di un accordo resta ampia. La diplomazia europea, con Costa in prima linea, prova a tessere una mediazione che possa incastonare le richieste iraniane in un quadro più ampio, mentre il canale indiretto con l’inviato Witkoff – per quanto limitato – suggerisce che anche Washington valuti i margini di una trattativa. Quel che appare certo, allo stato, è che Teheran non accetterà una semplice interruzione delle ostilità: vuole strumenti che rendano improbabile una loro riapertura.

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