Gaza, tre attacchi in tre giorni: il bilancio cresce tra polemiche e accuse di crimini di guerra
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Redazione Esteri
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Una folla che si raduna intorno a un camion carico di aiuti, voci concitate, poi raffiche di colpi d’arma da fuoco. È la scena, ripetutasi tre volte tra l’1 e il 3 giugno, che ha segnato l’ultimo capitolo di una crisi umanitaria sempre più drammatica. Gli episodi, quasi identici, hanno avuto come protagonista la Gaza Humanitarian Foundation, l’organizzazione voluta da Israele e gestita da israeliani e americani, che ha sostituito le altre ong attive nell’area. Tel Aviv giustifica la mossa come necessaria per impedire che Hamas controlli gli aiuti, ma il risultato, finora, è stato un escalation di violenza con decine di vittime.
L’Onu non ha usato mezzi termini: gli attacchi contro civili in cerca di cibo sono «un crimine di guerra». Jeremy Laurence, portavoce dell’Alto commissariato per i diritti umani, ha sottolineato che «le violazioni del diritto internazionale non possono essere tollerate», soprattutto quando a pagare sono persone già stremate da mesi di conflitto. Le cifre parlano di almeno 60 morti in sei giorni, un bilancio che ha riacceso le polemiche sulla gestione degli aiuti, ormai monopolio di Washington e Tel Aviv.
La versione israeliana, che parla di «autodifesa» contro presunti assalti alla distribuzione, si scontra con le testimonianze raccolte sul terreno. Fonti mediche e della Croce Rossa riferiscono di corpi crivellati di proiettili o dilaniati da schegge di granate, dettagli che alimentano dubbi sulla dinamica reale degli scontri. A Rafah, dove almeno 21 persone hanno perso la vita in un solo episodio, la confusione regna sovrana: Hamas accusa l’esercito di aver aperto il fuoco indiscriminatamente, mentre Israele ribatte che i militanti avrebbero provocato il caos per screditare le operazioni.




