San Raffaele, Bertolaso sminuisce il caos in ospedale mentre l'inchiesta si allarga

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’assessore al Welfare Guido Bertolasosostiene, con toni che mirano a rassicurare, che non ci siano state «sottovalutazioni, inerzie o ritardi» nel gestire l’emergenza al San Raffaele, episodio che durante il ponte di Sant’Ambrogio ha visto il terzo piano del padiglione Iceberg andare in tilt creando disagi gravi ai pazienti. Una ricostruzione, la sua, che cerca di circoscrivere i fatti a un mero inconveniente tecnico, sebbene le dinamiche di quella notte – con il personale sanitario in evidente difficoltà e i malati in condizioni di vulnerabilità – raccontino una storia diversa, fatta di allarmi non gestiti e di un sistema che, in quel frangente, ha mostrato crepe profonde. La sua difesa in Consiglio regionale, articolata in frasi rassicuranti ma al tempo stesso perentorie, ha del resto un obiettivo preciso: scongiurare l’idea che il malfunzionamento sia il sintomo di una patologia più estesa, legata alle scelte di governo della sanità regionale.

Il fuoco delle opposizioni e la questione degli accreditamenti

Dall’altra parte dell’aula, le opposizioni al Pirellone non accettano questa versione dei fatti, che giudicano una pericolosa minimizzazione, e puntano il dito contro il modello sanitario lombardo nel suo complesso. La loro reazione, compatta e dura, va ben oltre la contingenza del singolo evento e chiede una revisione urgente del sistema di accreditamento delle strutture private convenzionate, considerato troppo lasco e poco garante degli standard qualitativi. Secondo molti, infatti, l’episodio del San Raffaele non sarebbe che la punta di un iceberg, per l’appunto, di una deriva che privilegia logiche di mercato e di esternalizzazione a scapito della sicurezza delle cure, un tema che tocca nel vivo il patto di fiducia tra cittadino e servizio sanitario.

L’inchiesta della procura e il nodo della preparazione

A confermare che la questione ha contorni più ampi e preoccupanti di quanto si volesse far credere, interviene l’inchiesta della Procura di Milano, che sotto la guida del pm Paolo Filippini si è allargata ben oltre i primi riscontri. Gli investigatori, partiti dalla regolarità dell’appalto affidato alla cooperativa Auxilium Care Scarl, stanno ora esaminando con attenzione un aspetto cruciale e delicato: l’effettiva preparazione e l’adeguatezza della formazione del personale infermieristico impiegato in corsia. Questo sviluppo indagatorio getta una luce inquietante su una possibile correlazione diretta tra la qualità del servizio erogato – o la sua mancanza – e le modalità di reclutamento e gestione del personale, spesso tramite cooperative e con contratti atipici, soluzioni che rischiano di compromettere la continuità assistenziale e la competenza specifica.

La denuncia e il ricorso a personale estero

A rendere più concreta l’ipotesi di una carenza di professionalità diffusa, arriva la testimonianza diretta di un paziente, il quale ha denunciato di aver ricevuto una Tachipirina da un’infermiera senza guanti, un gesto che viola le più elementari norme igieniche e di sicurezza, descrivendo un ambiente in cui il rischio per la salute dei degenti era palpabile. Questo racconto si inserisce nel quadro di una cronica carenza di infermieri, alla quale si sarebbe tentato di sopperire con soluzioni estemporanee, come l’arrivo di oltre duecento infermieri dall’Uzbekistan. Tuttavia, proprio su questi ultimi sono sorte forti perplessità riguardo alla loro effettiva preparazione e all’equiparazione delle loro competenze con quelle richieste in Italia, sollevando un ulteriore interrogativo sull’efficacia e sulla sostenibilità di simili strategie di copertura dei turni in strutture di alta specializzazione.

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