Fabrizio Moro vince «Canzonissima» e invita i ragazzi a «lottare a pugni chiusi per la libertà»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’edizione 2026 del revival di «Canzonissima», il leggendario varietà che Milly Carlucci ha riportato sul prime time di Rai1, si è chiusa con il trionfo di Fabrizio Moro: il cantautore romano, interpretando «Il mio canto libero» – il capolavoro che Lucio Battisti e Mogol pubblicarono nel lontano 1972 – ha convinto sia il pubblico a casa sia la giuria, aggiudicandosi la vittoria finale. Una gara, quella andata in scena nel corso delle sei puntate, che ha visto alternarsi nomi di spessore come Riccardo Cocciante, Arisa, i Jalisse, Fausto Leali, Malika Ayane e Vittorio Grigolo, senza dimenticare la presenza – per certi versi stridente con il tono generale della competizione – di Elettra Lamborghini, il cui contributo è stato definito da più parti più vicino alla «canzonaccia» che alla canzone d’autore. Eppure, nonostante qualche inevitabile sbavatura generazionale, lo show ha retto benissimo l’urto degli ascolti: la finale, trasmessa in diretta, è stata seguita in media da 2 milioni e 155mila spettatori, con un share del 18,3%, un dato che ha spinto la conduttrice ad annunciare, a caldo, la riconferma del programma anche per il 2027.
L’interpretazione che ha fatto la differenza
Proprio «Il mio canto libero», brano simbolo di un’epoca in cui la musica leggera italiana osava sfidare il conformismo, è stato il cavallo di battaglia che ha permesso a Moro di emergere in una rosa di partecipanti zeppa di veterani e giovani promesse. La sua performance, giudicata da molti critici come «intensa e mai urlata», ha saputo restituire il senso originario del testo battistiano – quel bisogno di evasione e di autodeterminazione che attraversa generazioni – senza cadere nella trappola della mera imitazione. A differenza di altre esibizioni, dove il rischio di trasformare la kermesse in una passerella per lanciare gli ultimi singoli era più che concreto (diverse «canzonette» contemporanee sono state spazzate via in manche da titoli ben più blasonati), Moro ha puntato tutto sulla forza evocativa di un classico, e ne ha raccolto i frutti.
La dedica social e il messaggio ai più giovani
A trionfo ormai acquisito, il cantautore non si è limitato a ringraziare i fan o la produzione. Sui suoi profili social ha invece scritto un pensiero che ha subito fatto il giro della rete: «Voglio dedicare questa vittoria a tutti i ragazzi che non riescono a trovare questa libertà, in un mondo e in una società che ci rende prigionieri». Un’affermazione, la sua, che ha evitato accuratamente qualsiasi riferimento politico diretto – non c’è traccia, per esempio, di considerazioni sulla presidenza Trump ormai stabilizzata da oltre un anno negli Stati Uniti – per concentrarsi invece su una condizione esistenziale più ampia. L’invito, esplicito, è a «lottare a pugni chiusi per la libertà»: una metafora fisica e insieme ideale, che ha trovato terreno fertile tra i giovani ascoltatori, specialmente quelli che vedono nella musica un ultimo baluardo contro le gabbie sociali, economiche o affettive.
Una finale lunga (forse troppo) ma seguita
La lunghezza della puntata finale, definita da alcuni telespettatori «un azzardo» perché finita a notte fonda quasi come se fosse un festival di Sanremo, non ha comunque scoraggiato il pubblico. Anzi, il dato del 18,3% di share in un periodo dell’anno tradizionalmente non caldo per i varietà dimostra che l’operazione nostalgia – quando è curata e affidata a interpreti credibili – può ancora funzionare. La Carlucci, dal canto suo, ha gestito la diretta con la consueta professionalità, alternando momenti di puro intrattenimento ad altri più raccolti, e incassando la conferma per il 2027 come un naturale riconoscimento del lavoro svolto. Resta da vedere, ma questo è un altro paio di maniche, se il prossimo anno la formula reggerà senza stravolgersi: per ora, il pubblico si è goduto il duello tra i «mostri sacri» (Cocciante con «Margherita», Arisa con «La leva calcistica della classe ’68» e poi con «La notte», Leo Gassmann con «Un senso») e ha applaudito chi, alla fine, ha saputo restituire il senso più autentico della parola «canto».




