Gravina resiste all’onta mondiale: “Ho chiesto a Gattuso di restare”, mentre l’Italia affonda per la terza volta
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Redazione Sport
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La notte di Zenica consegna al calcio italiano l’ennesima, gelida pietra d’inciampo. L’illusione, coltivata per settanta minuti nonostante l’inferiorità numerica, si è infranta contro il muro bosniaco prima e contro la precisione glaciale dei calci di rigore poi, quando l’errore di Francesco Pio Esposito e quello di Bryan Cristante hanno spalancato le porte del Mondiale americano a Esmir Bajraktarević. Al termine di una gara – quella disputatasi al Bilino Polje – che aveva visto l’espulsione di Alessandro Bastoni condizionare irrimediabilmente la gestione tattica degli azzurri, costretti a difendere il vantaggio iniziale di Moise Kean per gran parte del secondo tempo e dei supplementari, il presidente federale Gabriele Gravina ha scelto di presentarsi davanti ai microfoni con un’espressione che mescolava la lucidità del politico di lungo corso a una certa insofferenza per la tempesta mediatica che lo circonda.
Gravina, che nel suo curriculum annovera già il fallimento del 2022 e che si trova a dover gestire anche le ombre di un’indagine per appropriazione indebita e autoriciclaggio – vicenda che, per quanto parallela, contribuisce a delineare il clima di pressione totale – ha articolato il suo pensiero in una conferenza stampa che ha dell’incredibile. “Lo stato d’animo è evidente, soprattutto per come è maturata la sconfitta”, ha esordito, quasi a voler fotografare l’amarezza di uno spogliatoio che, come rivelato poi da Leonardo Spinazzola, ha vissuto il ko come un “dispiacere enorme”. Eppure, mentre la delusione serpeggiava nel gruppo e i tifosi si preparavano a fare i conti con una assenza mondiale che diventa cronica, il numero uno della Federcalcio ha invertito la rotta, passando dalle condoglianze alla pianificazione di lungo termine.
Il paradosso della conferma: Gattuso e Buffon nel mirino della discordia
Se da un lato Gravina ha voluto elogiare la “crescita incredibile” della squadra in questi mesi, chiedendo implicitamente di guardare oltre il risultato negativo per apprezzare il “clima e l’atmosfera” creatisi, dall’altro ha sferrato l’atteso annuncio che rischia di suonare come una provocazione per l’opinione pubblica sportiva. “Ho chiesto a Gattuso e Buffon di restare”, ha dichiarato con tono quasi sfrontato, motivando la scelta con la necessità di salvaguardare “al 100% la parte tecnica”. Una dichiarazione, questa, che arriva a poche ore di distanza dalle lacrime versate in diretta televisiva da Gennaro Gattuso, il commissario tecnico che, a sorpresa, si è ritrovato a gestire il fallimento dopo appena quindici giorni di lavoro effettivo e che pure, in conferenza, aveva ammesso la profondità della “mazzata” subita.
La posizione di Gravina si fa quindi paradossale. Mentre la Nazionale manca l’appuntamento con il Mondiale per la terza volta consecutiva – un dato statistico che riporta alla mente gli incubi di Svezia e Macedonia del Nord – il presidente federale si trincera dietro una fiducia incondizionata nel proprio progetto tecnico, quasi a voler scindere la gestione politica del fallimento dalla continuità operativa sul campo. “All’esercizio della richiesta di dimissioni sono abituato”, ha tagliato corto, rispondendo con una certa sufficienza a chi gli chiedeva conto di una gestione che lo vede alla guida della Figc in due dei tre più grandi flop della storia del calcio italiano.
Il muro del consiglio federale: una resa rimandata o un atto di forza?
Sul fronte delle proprie responsabilità politiche, Gravina ha giocato la carta dell’istituzionalismo per prendere tempo. “Le valutazioni spettano di diritto al consiglio federale”, ha ribadito, annunciando la convocazione dell’organismo per la settimana successiva. Una mossa che, nel gergo della politica sportiva, equivale a un rinvio dell’esame di coscienza, demandando a un organo collegiale la decisione che molti, in sua vece, avrebbero preso sul momento. Il riferimento, seppur velato, alla complessità delle dinamiche federali (“si pensa che la Figc possa decidere tutto autonomamente, ma le cose sono molto più ampie”) lascia intendere come il presidente intenda resistere sull’onda di un sistema di potere che, fino a oggi, gli ha garantito uno stipendio da quasi mezzo miliardo l’anno, come sottolineato dal coro di critiche che lo attacca senza sosta.
Nel suo discorso, Gravina ha anche accennato alle “perplessità” lasciate dall’arbitraggio di Turpin, in particolare riguardo a un presunto fallo da rigore su Federico Dimarco e al mancato secondo giallo per Muharemović nei supplementari, episodi che avrebbero potuto ribaltare le sorti di una gara già compromessa dall’espulsione di Bastoni. Un tentativo, quello di scaricare una parte della tensione sul direttore di gara, che non ha però scalfito la sostanza dei fatti: l’Italia, per la prima volta nella sua storia, manca tre appuntamenti consecutivi con la Coppa del Mondo, e chi rappresenta il vertice federale appare più intenzionato a preservare le proprie posizioni che a farsi carico dell’onta.




