Il declino senza fine: l’onta della terza esclusione e il peso di una credibilità perduta

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La scoppola presa a Zenica non è stata una semplice batosta sportiva, se si considera il contesto in cui matura l’ennesima, drammatica esclusione della Nazionale italiana dalla fase finale dei Mondiali. Si fa fatica, lo si ammette senza troppi giri di parole, a tornare a parlare del nostro campionato di calcio dopo le umiliazioni subite in Europa – prima con le squadre di club, seppur in maniera sporadica, e poi con la rappresentativa maggiore –, perché il fallimento di martedì sera, concretizzatosi al termine di una gara giocata in dieci contro undici per buona parte del tempo, rappresenta il terzo capitolo di una saga oscura che dura ormai da un decennio. La mancata qualificazione per Russia 2018, Qatar 2022 e ora per l’edizione 2026 (che si terrà tra Stati Uniti, Canada e Messico) non è frutto della sfortuna o di un episodio isolato, bensì la conseguenza logica di un sistema marcio, dove i vertici hanno assistito inerti al lento ma inesorabile disfacimento di un patrimonio sportivo e culturale.

Le responsabilità di una gestione trentennale e il passo indietro di Gravina

A pagare il conto più salato, sul piano delle responsabilità istituzionali, è stato Gabriele Gravina; il presidente della Figc, giovedì, ne ha tratto le conseguenze dimettendosi con quella compostezza formale che, paradossalmente, un mese prima nessuno gli avrebbe riconosciuto o chiesto con tanta veemenza. La sua non è stata una resa immediata all’indomani della débâcle – anzi, inizialmente aveva provato a blindare il ct Gennaro Gattuso e il capodelegazione Gigi Buffon – ma la pressione politica, arrivata da una quarantina di senatori di maggioranza e opposizione (primo firmatario Pier Antonio Zanettin), è diventata rapidamente insostenibile. Nella loro interrogazione al governo, i parlamentari hanno sottolineato un fatto oggettivamente imbarazzante: Gravina appartiene al gruppo dirigente del calcio italiano dal lontano 1992, e la sua presidenza, iniziata nell’ottobre del 2018, ha coinciso con l’aggravarsi di una crisi strutturale fatta di vivai trascurati, club indebitati e una mancanza totale di strategia. Non si tratta, quindi, di addossare la colpa all’ultimo allenatore di turno – sarebbe un gesto ingeneroso nei confronti di Gattuso – ma di riconoscere che l’intero movimento è marcio fino al midollo.

L’assuefazione al peggio e le ombre della criminalità organizzata

E mentre si discute del futuro sportivo, viene da chiedersi se anche la cronaca nera che avvolge il tifo organizzato non faccia parte di questo dibattito, troppo a lungo taciuto. Leggendo, quasi con stanchezza, l’ennesima traccia della convivenza strutturale tra criminalità (a volte anche politica, se si considerano certe infiltrazioni) e curve di molti stadi italiani – come dimostra la recente condanna per traffico di droga di un capo ultras –, ci si rende conto che l’assuefazione al peggio è diventata una costante [citation:original text]. Il problema della credibilità, dunque, non riguarda solo i risultati sul campo: è un morbo che attacca la percezione stessa di ciò che resta del calcio italiano. La disaffezione del pubblico, con il trenta per cento degli italiani che ha perso interesse negli ultimi cinque anni secondo recenti sondaggi, è la spia di un malessere che va ben oltre la semplice delusione per una sconfitta.

Un sistema che divora i suoi talenti e si nutre di esterofilia

Se si analizzano i numeri della Serie A, il ritratto che emerge è quello di un campionato che ha smesso di produrre talenti per dedicarsi all’importazione di merce spesso mediocre. Nelle prime trenta giornate, la percentuale di calciatori stranieri scesi in campo ha sfiorato il settanta per cento, un dato che soffoca i giovani italiani nei vivai e che trasforma la Nazionale in una chimera. La sconfitta di Zenica, insomma, non nasce il 31 marzo, ma affonda le radici in un decennio di scelte sbagliate; l’onta che divora i vertici istituzionali, molti addetti ai lavori e gli appassionati non sarà mai completamente lavata, neppure dopo le teste già cadute e quelle che – si spera – ancora cadranno nei prossimi mesi. La sensazione, leggendo i resoconti economici che parlano di un buco di quasi cento milioni di euro per le casse federali a causa della mancata partecipazione ai Mondiali, è che il calcio italiano stia pagando pegno per una superbia che non si poteva più permettere.

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