Un microchip sotto la retina restituisce la vista a chi è cieco per la degenerazione maculare

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Per molti, la degenerazione maculare senile avanzata ha rappresentato finora un esito ineluttabile, un progressivo spegnersi della visione centrale che, iniziando con una macchia scura, cancella lentamente i volti delle persone care, le parole stampate sulle pagine e i numeri sul display di un telefono. Contro questa forma di cecità, che colpisce la regione della retina più cruciale per la percezione dettagliata, non esistevano terapie in grado di ripristinare la funzionalità visiva perduta. Uno studio clinico internazionale, i cui esiti sono stati recentemente pubblicati sul New England Journal of Medicine, documenta invece i risultati ottenuti grazie all’impianto retinico PRIMA, un dispositivo wireless che, stimolando le cellule retiniche superstiti, ha consentito a pazienti non vedenti di recuperare parte della vista.

Il dispositivo e la sperimentazione

La sperimentazione, denominata studio PRIMA, ha coinvolto trentotto partecipanti over 60 in diciassette centri clinici distribuiti tra Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Regno Unito. L’impianto, che si presenta come un microchip senza fili di due millimetri per due, viene posizionato chirurgicamente al di sotto della retina; esso comunica, in un sistema integrato, con una mini-telecamera montata su un paio di occhiali speciali. Questo complesso meccanismo, frutto della collaborazione tra istituti di ricerca d’eccellenza come l’Institut de la vision di Parigi e la Stanford University, bypassa i fotorecettori danneggiati dalla malattia, inviando segnali elettrici direttamente alle cellule nervose rimanenti.

I miglioramenti documentati

I dati raccolti, sebbene preliminari, hanno mostrato miglioramenti significativi nella capacità visiva di ventisei dei pazienti arruolati. Coloro che avevano ormai perso la facoltà di distinguere gli oggetti e le persone hanno riacquisito, seppur in misura variabile, la possibilità di leggere caratteri di grandi dimensioni e di riconoscere i lineamenti di un viso. Gli autori della ricerca, pur nella cautela dettata dalla fase sperimentale e dalla necessità di affinare ulteriormente la tecnologia, sottolineano come oltre l’ottanta percento dei soggetti implantati abbia riportato progressi clinicamente rilevanti.

Prospettive e sviluppi

Sebbene il percorso verso un'applicazione terapeutica di routine appaia ancora lungo e siano riconosciuti, dagli stessi ricercatori, ampi margini di perfezionamento tecnico, l’esito di questo trial segna un punto di svolta nel campo delle neuroprotesi visive. L’aver dimostrato che è possibile, attraverso un'interfaccia bioelettronica, ridare una forma di visione utile a chi l'aveva irrimediabilmente perduta, apre scenari finora confinati alla narrativa scientifica. L’approccio, che integra la microelettronica più avanzata con la chirurgia oftalmica, delinea una strada concreta per affrontare una delle cause più invalidanti di cecità nel mondo occidentale.

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