Un microchip nella retina ridà la vista a chi era cieco per la degenerazione maculare

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Per molti che affrontano l’avanzare inesorabile della degenerazione maculare senile, o AMD, la progressiva scomparsa della visione centrale rappresenta una condizione fino a oggi irreversibile, un furto silenzioso che cancella volti, parole stampate e la semplice autonomia. La macchia scura che offusca il centro dello sguardo, nota come atrofia geografica nella sua forma più severa e secca, non lasciava, di fatto, alternative terapeutiche. Una speranza concreta, tuttavia, emerge ora dai risultati di uno studio clinico internazionale, denominato PRIMA e pubblicato sul New England Journal of Medicine, il quale documenta come un impianto retinico wireless sia in grado di stimolare le cellule superstiti, ripristinando funzioni visive che si credevano perdute per sempre.

Il funzionamento dell'impianto PRIMA

La ricerca, che ha coinvolto trentotto partecipanti over sessantanni reclutati in diciassette centri distribuiti tra Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Regno Unito, si è concentrata su un dispositivo miniaturizzato e impiantabile che, posizionato sotto la retina, agisce come una sorta di protesi bioelettronica. Questo microchip, la cui sofisticata progettazione è frutto di una collaborazione tra istituzioni di prestigio come l’Institut de la vision di Parigi e la Stanford University, converte le immagini catturate da una microcamera integrata in occhiali speciali in segnali elettrici; questi ultimi, a loro volta, vengono trasmessi in modalità wireless per stimolare le cellule retiniche residue, bypassando così i fotorecettori naturali ormai non più funzionanti a causa della malattia degenerativa.

I risultati misurabili dello studio

I dati, che hanno suscitato notevole interesse nella comunità scientifica, rivelano un’efficacia tangibile e misurabile. L’ottantaquattro percento dei pazienti coinvolti nell’esperimento, i quali in precedenza non riuscivano neppure a distinguere le sagome, ha mostrato un miglioramento così significativo da consentire la lettura. Nella pratica, come riporta la pubblicazione, questi individui sono stati in grado di riconoscere lettere, numeri e intere parole, riuscendo a leggere in media cinque righe in più sul tradizionale tabellone ottometrico; un traguardo, quest’ultimo, che segna un prima e un dopo nella lotta contro la cecità da AMD.

Prospettive e margini di miglioramento

Sebbene la tecnologia rappresenti una pietra miliare senza precedenti, gli stessi ricercatori e gli esperti del settore sottolineano come esistano ancora margini di ottimizzazione. L’impianto, infatti, pur avendo dimostrato di restituire una porzione di visione centrale sufficiente per compiti specifici come l’identificazione di caratteri, non replica la piena acuità visiva di un occhio sano. Il percorso di affinamento, che coinvolge sia il dispositivo hardware che gli algoritmi di elaborazione delle immagini, rimane quindi aperto, con l’obiettivo di rendere questa soluzione ancora più performante e accessibile per un numero più ampio di persone colpite da questa forma di cecità degenerativa.

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