La sospensione del memorandum con Israele e il rebus delle armi: l’Italia frena, ma gli affari continuano

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’annuncio, arrivato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, di voler interrompere il rinnovo automatico dell’accordo di cooperazione militare con Israele – un meccanismo che avrebbe dovuto scattare il 13 aprile 2026 – ha inevitabilmente scosso le certezze diplomatiche consolidate nei decenni. Se da un lato le fonti del Ministero della Difesa hanno confermato la cessazione del trattato, lasciando intendere una sospensione in attesa di “eventuali nuove decisioni”, dall’altro emerge una realtà più sfumata e, per certi versi, contraddittoria. La decisione, che blocca il rinnovo quinquennale del memorandum in vigore dal 2016, nasce in un contesto di forti frizioni: basti pensare agli episodi, registrati nei mesi scorsi, in cui le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro i convogli italiani della missione Unifil in Libano, causando un duro, seppur tardivo, irrigidimento da parte di Roma.

Un dossier spinoso tra 85 milioni di euro e polemiche politiche

Tuttavia, a rendere complessa la lettura della nuova linea italiana è la cronaca dei fatti economici, che spesso viaggia su un binario parallelo rispetto a quello delle dichiarazioni pubbliche. Mentre a Gaza il bilancio delle vittime, secondo recenti studi pubblicati su riviste scientifiche come The Lancet, avrebbe superato le 75mila unità nei primi 15 mesi di conflitto – una cifra che supera i dati ufficiali dell’epoca e che getta un’ombra lunga sulla gestione del conflitto – l’industria della difesa italiana sembrava non essersi fermata. Angelo Bonelli, parlamentare di AVS e co-portavoce di Europa Verde, ha denunciato una contraddizione che appare difficile da ignorare: mentre scuole e ospedali venivano rasi al suolo, il governo autorizzava l’acquisto di tecnologie militari israeliane per un valore di circa 85 milioni di euro solo nel corso del 2025.

Questo elemento, sottolineato dall’opposizione, rischia di minare la credibilità della svolta impressa da Palazzo Chigi. Nel mirino finisce il gap tra l’immagine di un’Italia che dice basta alla cooperazione bellica con Tel Aviv e la realtà di un’industria che continua a guardare con interesse al know-how israeliano, in particolare in settori sensibili come la sensoristica, la radaristica e i sistemi anti-carro.

Il peso degli equilibri interni e lo "spettro" del consenso

Ma cosa ha spinto il governo a compiere questo passo, rischiando di incrinare il rapporto con l’amministrazione Trump e l’alleato Netanyahu? A ben vedere, la risposta potrebbe risiedere più nelle turbolenze della politica interna che in un improvviso scatto di coscienza umanitaria. La scelta di non rinnovare l’intesa, pur salutata con favore da chi chiedeva la fine del “genocidio” a Gaza e in Libano, sembra rispondere a una logica di pura sopravvivenza politica. Meloni, secondo quanto emerso da analisi politiche, inizia a percepire il peso del “bacio della morte” da parte dei suoi alleati più ingombranti: l’iniziale vantaggio di essere al fianco delle superpotenze si sta trasformando in un boomerang, di fronte a un’opinione pubblica europea – e italiana in particolare – sempre più ostile alle operazioni militari israeliane.

Non è un caso che i sondaggi citati nel dibattito pubblico mostrino una percentuale bassissima di italiani convinti della legittimità dell’intervento a Gaza. La paura di un tracollo del consenso, aggravata da recenti sconfitte referendarie e dal malessere sociale per il caro prezzi, ha reso “politicamente insostenibile” restare in silenzio mentre i soldati italiani venivano presi di mira o mentre i veti incrociati sull’asse Trump-Netanyahu rischiavano di isolare Roma.

Il paradosso della sospensione: atto simbolico o frenata reale?

Resta quindi da chiedersi quale sia la portata reale di questa sospensione. Se è vero che il governo ha evitato il rinnovo automatico – impedendo così che l’intesa si trascinasse fino al 2031 – è altrettanto vero che la mossa appare più come un messaggio politico che come una rottura netta. Per dirla con le parole degli analisti, il governo ha disinnescato l’automatismo, ma senza abrogare l’accordo esistente, lasciando uno spiraglio aperto per il futuro. La scelta sembra dettata dalla necessità di difendere il prestigio nazionale (“non si possono lasciare impuniti gli spari contro le nostre divise”) più che dalla volontà di interrompere la fornitura di armi a un paese accusato di crimini di guerra.

Del resto, come fanno notare le cronache, per l’Italia interrompere del tutto questo asse sarebbe un salto nel vuoto economico e strategico. Israele, infatti, rappresenta un partner tecnologico di prim’ordine, e i contratti già siglati – come quelli per i missili anticarro o i velivoli da addestramento – restano in piedi. In definitiva, il governo ha cercato di accontentare tutti: ha gettato un osso alla sinistra e ai movimenti pro-Palestina con la sospensione del rinnovo, ma non ha toccato la polvere da sparo già in vendita, lasciando inalterato il flusso di affari che continua a contraddistinguere la politica estera italiana, nonostante le dichiarazioni di chiusura.

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