La sospensione del memorandum con Israele, il “no” di Meloni che gela i vecchi equilibri
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Redazione Interno
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La doccia fredda, per le rappresentanze istituzionali ebraiche, è arrivata nel giorno dello Yom Hashoah – la ricorrenza in cui lo Stato ebraico commemora i sei milioni di vittime del nazifascismo – e non potrebbe esserci stato un momento più simbolico per annunciare la rottura. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha scelto i margini del Vinitaly di Verona per dichiarare che il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele; un patto, quest’ultimo, che regolava da oltre vent’anni i flussi di armi, lo scambio di tecnologie militari e l’addestramento congiunto tra le forze armate dei due Paesi. Si tratta di un memorandum operativo dal 2003, rinnovato tacitamente ogni cinque anni, il cui congelamento rappresenta un gesto politico di peso specifico notevole, capace di incrinare quell’intesa privilegiata che la destra italiana aveva storicamente coltivato con Gerusalemme.
Un vincolo ventennale e i retroscena della scadenza
L’intesa, firmata a Parigi dai ministri della Difesa Antonio Martino e Shaul Mofaz durante il governo Berlusconi, non era mai stata messa in discussione così radicalmente, neppure nei momenti di maggiore tensione diplomatica. Composta da undici articoli, la cornice normativa prevedeva una cooperazione a tutto tondo: dalla "politica degli approvvigionamenti" per le industrie di settore fino alla "partecipazione di osservatori alle esercitazioni" e ai programmi di ricerca e sviluppo. La scadenza naturale del 13 aprile 2026 ha rappresentato il vero spartiacque: se nessuna delle due parti avesse sollevato obiezioni, l’accordo si sarebbe automaticamente esteso fino al 2031. Invece, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha inviato una lettera all’omologo israeliano Katz per formalizzare il dietrofront, scelta condivisa al vertice con Antonio Tajani e Matteo Salvini. Una decisione che arriva dopo settimane di attriti continui, a partire dai reiterati attacchi contro i caschi blu dell’Unifil – contingente di cui l’Italia detiene il comando – fino alle frizioni per l’ingresso del patriarca Pizzaballa a Gerusalemme.
Il silenzio di Crosetto in Aula e le reazioni a catena
Eppure, il governo non ha fornito delucidazioni in Parlamento, dove il ministro Crosetto ha disertato l’interrogazione presentata dall’Alleanza Verdi e Sinistra, lasciando così senza risposta le richieste di un dibattito pubblico approfondito. Lo stesso presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha definito la linea come "la posizione di equilibrio giusta", mentre dall’altra parte dello schieramento le opposizioni hanno parlato di un atto tardivo, quasi obbligato dalle recenti mobilitazioni di piazza. La replica di Tel Aviv non si è fatta attendere, sebbene improntata alla svalutazione: il ministero degli Esteri israeliano ha dichiarato che il patto "non ha mai avuto alcun contenuto sostanziale" per la propria sicurezza, una lettura che però stride con l’importanza strategica che Roma vi aveva sempre attribuito, soprattutto in ambito addestrativo e di intelligence.
Il contesto mediorientale e la pressione delle piazze
La sospensione giunge al culmine di una escalation retorica e militare che ha visto l’Italia assumere posizioni sempre più critiche verso l’operato del governo Netanyahu; basti pensare al fermo imposto agli sbarchi di materiale bellico attraverso la base di Sigonella o alla convocazione dell’ambasciatore israeliano per i raid sui convogli. Sebbene il governo specifichi che i contratti di vendita già firmati (come quelli per i pezzi di ricambio degli aerei M-346 o i cannoni delle corvette) restino in vigore, lo stop al rinnovo automatico blocca di fatto ogni nuova iniziativa nel settore della formazione e della ricerca duale. Per le comunità ebraiche italiane, rappresentate da voci come quella di Riccardo Pacifici – che alla vigilia del referendum invitava a votare Sì come "atto di riconoscenza" – l’annuncio della premier è stato un amaro risveglio. L’asse storico tra la destra italiana e lo Stato ebraico, cementato da decenni di visione comune sulla sicurezza e sulla lotta al terrorismo, mostra così la sua prima, profonda crepa, in una fase in cui Washington è tornata a guardare a Roma con occhi diversi, ma senza che questo rappresenti più una sorpresa per l’opinione pubblica.




