Pizzaballa: «Tutti soffrono ma c’è chi occupa e chi è occupato. Gli algoritmi decidono chi deve morire»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La lettera pastorale che il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha firmato il 25 aprile 2026, festa di san Marco Evangelista, porta un titolo che già di per sé – «Tornarono a Gerusalemme con grande gioia» – suona quasi come un paradosso, se letto sullo sfondo degli ultimi anni. Perché di gioia, in Terra Santa, si fa fatica a parlare. Eppure è proprio da questa tensione, tra la realtà quotidiana della guerra e la speranza che non vuole morire, che prende forma il documento indirizzato ai fedeli di una diocesi che si estende su Israele, Palestina, Giordania e Cipro. Non una lettera qualunque, ma una riflessione «più articolata», come la definisce lo stesso Pizzaballa, per provare a restituire senso a un disordine mondiale che ormai sembra essersi insediato nelle pieghe della vita civile e religiosa.

La diagnosi: dolore universale, responsabilità diverse

Il patriarca non nega la sofferenza di nessuno, e anzi la riconosce apertamente: il dolore attraversa ogni famiglia, ogni quartiere, ogni comunità che abita quelle terre. Ma poi compie un passo che molti, nel dibattito pubblico, evitano. «Non si può stilare una graduatoria della sofferenza», scrive, per aggiungere subito dopo – con una frase incidentale che pesa come un macigno – che le situazioni non sono tutte identiche. Perché esiste un abisso, sostanziale e non retorico, tra chi occupa e chi è occupato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi esercita il potere e chi lo subisce. Una differenza che per il cardinale non è un dettaglio, bensì «un atto di rispetto verso la giustizia e la verità». Riconoscerla, insomma, non serve a dividere ulteriormente, ma a restituire dignità a chi la dignità l’ha vista calpestare.

L’accusa alla guerra come «culto idolatra»

Pizzaballa non usa mezzi termini quando descrive il meccanismo perverso che tiene in ostaggio il presente. La guerra, annota, è diventata un culto idolatra: qualcosa che si serve di riti, di narrazioni ripetute fino alla nausea, di una liturgia violenta che chiede vittime senza mai saziarsi. E in questo quadro inquietante emerge una delle osservazioni più crude, quasi profetiche, della lettera. Non sono più solo i comandanti, i generali o i leader politici a decidere chi debba vivere e chi debba morire. Al loro posto, o forse al loro fianco, si sono insediati gli algoritmi. Macchine che calcolano, selezionano, classificano e alla fine – senza passione, senza odio, ma anche senza pietà – stabiliscono il momento e il luogo di un attentato, l’obiettivo di un bombardamento, il confine oltre il quale una vita perde ogni valore. Una lucida denuncia che trasforma il conflitto contemporaneo in qualcosa di ancora più disumano della guerra tradizionale.

La memoria tossica e la necessità di una guarigione

Ma c’è un altro nodo, forse il più profondo, che il patriarca scioglie con pazienza da pastore. Quello della memoria. «Serve guarigione dall’odio e dalla memoria tossica», scrive Pizzaballa, usando un’espressione che rinvia a un veleno interiorizzato, tramandato di generazione in generazione, che impedisce di vedere l’altro se non come nemico. Una memoria che non racconta, ma accusa; che non ricorda per non dimenticare, ma ricorda per non perdonare mai. Per questo il cardinale insiste sulla necessità di distinguere senza confondere: riconoscere l’ingiustizia strutturale dell’occupazione non significa negare il dolore di chi occupa, ma nemmeno ridurlo allo stesso piano di chi quella occupazione la subisce sulla propria pelle ogni giorno. «Le responsabilità sono diverse»: una frase che sembra elementare e invece, in un contesto dove ogni parola viene arruolata, suona come una trincea di chiarezza.

I cristiani come segno tangibile di speranza

Eppure, nonostante questo scenario che definire desolante sarebbe persino riduttivo, Pizzaballa sceglie di non chiudere la lettera in una stanza buia. Anzi. Proprio lì, in mezzo al fragore degli algoritmi assassini e alla paralisi di una politica che non sa più trattenere la guerra, i cristiani di Terra Santa diventano «un segno tangibile di speranza». Non una speranza retorica, da discorso ufficiale, ma qualcosa di fisico, quasi concreto: comunità che restano nonostante tutto, che continuano a pregare, a curare, a seppellire i loro morti senza rinunciare a pensare che un’altra vita sia possibile. La loro resistenza, per il patriarca, non è politica né militare. È una presenza, e in Terra Santa – lo sa bene chiunque abbia messo piede lì – la presenza è già una presa di posizione. Tornare a Gerusalemme con grande gioia, allora, non è un’illusione. È un atto di disobbedienza civile alla logica della guerra.

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