La Francia chiede formalmente le dimissioni di Francesca Albanese, relatrice Onu, per le parole su Israele “nemico comune dell’umanità”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il governo francese ha rotto gli indugi, trasformando il malcontento diplomatico in una presa di posizione formale destinata a lasciare il segno nel palazzo di vetro. È di mercoledì l’annuncio del ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot, il quale, intervenendo dinanzi all’Assemblea nazionale, ha chiesto le dimissioni immediate di Francesca Albanese dal suo incarico di relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi. All’origine della requisitoria vi è l’intervento che la giurista italiana – la cui partecipazione, sabato scorso, al forum organizzato da Al Jazeera a Doha era già stata oggetto di critiche, considerata la compresenza del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e del leader di Hamas per l’esilio, Khaled Meshal – ha incentrato su una definizione precisa e, per Parigi, oltraggiosa: Israele, nelle sue parole, sarebbe il «nemico comune dell’umanità» -1-3-4.

Una condanna senza riserve, l’ha definita Barrot, motivata non tanto dall’aver rivolto critiche all’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu – pratica che, ha tenuto a precisare il capo della diplomazia francese, rientra nella piena legittimità del confronto politico – quanto dall’aver esteso l’accusa all’intera collettività nazionale, al popolo e alla nazione nella loro interezza; distinzione, questa, che la Farnesina d’Oltralpe ha qualificato come discrimine invalicabile -5-8-9. L’inciso non è marginale: la Francia, membro permanente del Consiglio di sicurezza, intende così marcare una linea rossa tra la contestazione delle scelte di uno specifico governo e quella che viene percepita come una stigmatizzazione ontologica dell’entità statuale e dei suoi cittadini.

L’escalation parlamentare e l’iniziativa della deputata Yadan

La mossa del ministro Barrot non è sorta nel vuoto, ma è stata preceduta e in qualche modo sollecitata da un’azione concentrata di una quarantina di parlamentari francesi riconducibili al campo macroniano. È stata Caroline Yadan, deputata di spicco, a inoltrare un appello scritto affinché la Francia si facesse promotrice, in sede Onu, della rimozione di Albanese. Il nucleo dell’accusa, riportato nella lettera indirizzata al ministro, è di una durezza lessicale inequivocabile: le dichiarazioni rilasciate a Doha vengono bollate come «retorica demonizzatrice con profonde radici antisemite» -1-6. Yadan ha richiamato i principi che dovrebbero informare un mandato delle Nazioni Unite – imparzialità, moderazione, senso di responsabilità – rilevando come, a suo avviso, Albanese abbia trasformato la propria posizione in una cassa di risonanza per posizioni radicali, anziché in uno strumento di analisi giuridica obiettiva.

Il ministero degli Esteri francese, recependo l’istanza, ha quindi preannunciato che formalizzerà la richiesta di dimissioni in occasione della prossima sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, fissata per il 23 febbraio; una calendarizzazione che trasforma l’iniziativa da semplice dichiarazione d’intenti in atto diplomatico vincolante sul piano procedurale -6-8.

La ricostruzione testuale della frase e la precisazione postuma di Albanese

Il fulcro della controversia, tuttavia, presenta una complessità interpretativa che la stessa relatrice speciale ha tentato di dirimere nelle ore immediatamente successive al dilagare delle polemiche. Sul banco degli imputati vi è la frase pronunciata in videocollegamento: «Noi vediamo ora che l’umanità ha un nemico comune, e il rispetto delle libertà fondamentali rappresenta l’ultimo strumento pacifico di cui disponiamo per riappropriarci della nostra libertà». L’inciso è stato immediatamente agganciato al lemma «Israele» in virtù della struttura argomentativa del discorso, ma Albanese, attraverso i propri canali social, ha prodotto la trascrizione integrale del passaggio incriminato -7. La sua replica è puntuale: il «nemico comune» cui faceva riferimento non sarebbe affatto lo Stato ebraico in sé, bensì «il sistema» che, a suo dire, avrebbe permesso il «genocidio in Palestina», ossia – citiamo dalla precisazione – «il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo dissimulano e le armi che lo rendono possibile» -7.

Una distinzione che, però, non pare aver scalfito la posizione del Quai d’Orsay. Barrot, nel suo intervento, ha esteso il biasimo oltre la singola uscita di sabato, evocando quella che ha definito una «lunga lista di posizioni scandalose»; ha menzionato, tra queste, dichiarazioni che avrebbero minimizzato gli eventi del 7 ottobre – da lui descritti come il peggior massacro antisemita dopo la Shoah – e precedenti riferimenti alla «lobby ebraica» o i paralleli, già stigmatizzati in passato, tra le politiche israeliane e il Terzo Reich -1-6.

Lo status di esperta indipendente messo in discussione

La requisitoria del ministro francese ha intaccato, infine, la stessa legittimità funzionale di Francesca Albanese all’interno dell’architettura Onu. «Non è né un’esperta né indipendente», ha scandito Barrot, definendola piuttosto «un’attivista politica che diffonde discorsi d’odio» -1-6. È un passaggio che incrina il principio cardine del mandato di relatore speciale, il quale, per definizione, dovrebbe operare a Titolo personale, in piena autonomia dagli Stati, offrendo valutazioni tecniche fondate sul diritto internazionale. La delegittimazione operata da Parigi, se sostenuta da altri partner europei e occidentali, potrebbe aprire un fronte nuovo: non più la sola contestazione politica di una frase, ma l’integrità stessa del meccanismo delle procedure speciali delle Nazioni Unite. Un paradosso, quest’ultimo, su cui nei corridoi del Palazzo di Vetro già si interrogano i diplomatici: se, da un lato, si contesta la politicizzazione dell’operato di Albanese, dall’altro si chiede la sua rimozione attraverso una iniziativa politica, esercitata proprio da uno Stato membro.

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