La relatrice Onu Francesca Albanese nel mirino di Francia e Germania per un video manipolato: la giurista respinge le accuse e parla di diffamazione
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Redazione Esteri
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Il caso che vede al centro Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, ha assunto i contorni di una crisi diplomatica destinata a lasciare il segno nei delicati equilibri internazionali, con diversi governi europei che ne hanno chiesto a gran voce la rimozione dall'incarico. La scintilla che ha innescato la richiesta formale, avanzata con particolare vigore dalla Francia e subito dopo dalla Germania, sarebbe da ricercare in un intervento della giurista italiana durante l’Al Jazeera Forum di Doha, un appuntamento di inizio febbraio che ha visto la partecipazione di svariate personalità del panorama mediorientale. Secondo la ricostruzione offerta dai ministri europei, in particolare dal capo della diplomazia francese Jean-Noël Barrot dinanzi all’Assemblea nazionale, Albanese avrebbe pronunciato frasi giudicate “oltraggiose e riprovevoli”, arrivando a definire Israele, nella sua interezza di popolo e nazione, come il “nemico comune dell’umanità”. Parole che, se effettivamente pronunciate, avrebbero rappresentato un inaccettabile superamento dei limiti del mandato di relatrice, che imporrebbe neutralità e obiettività.
Tuttavia, a un esame più attento e approfondito degli atti, la ricostruzione fornita dai governi di Parigi e Berlino sembra poggiare su basi quantomeno incerte, se non apertamente false. La stessa Albanese, ospite nei giorni scorsi della trasmissione Piazza Pulita su La7, ha prontamente respinto ogni addebito, parlando senza mezzi termini di un attacco “gravissimo” e “diffamatorio” condotto sulla base di informazioni non veritiere. Il nodo della questione risiede nella circolazione di un filmato, un estratto video del suo intervento, che sarebbe stato manipolato e privato del suo contesto originale per farle dire ciò che non ha mai detto. La relatrice speciale, nel suo intervento integrale reso pubblico, non si riferiva affatto allo Stato d’Israele come a un nemico, bensì denunciava il sistema globale – fatto di capitali finanziari, algoritmi e commercio di armi – che a suo dire permetterebbe il perdurare del conflitto e quella che lei stessa non esita a definire una catastrofe umanitaria a Gaza. “Il nemico comune dell’umanità”, ha più volte ribadito Albanese sui suoi canali social e nelle repliche pubbliche, “è il sistema che ha permesso il genocidio in Palestina”. Una precisazione sostanziale, questa, che getta una luce sinistra sulla celerità con cui alcuni governi hanno mosso le loro pedine per chiederne la testa.
La campagna diffamatoria e il sostegno all'esperta Onu
La vicenda, lungi dall’essere una semplice disputa verbale tra uno Stato membro e un funzionario internazionale, ha rivelato i contorni di una vera e propria operazione orchestrata per delegittimare una voce scomoda. Fonti giornalistiche autorevoli, tra cui il network France 24 e l'agenzia Reuters, hanno avuto modo di verificare la trascrizione integrale dell’evento di Doha, confermando che l’esperta delle Nazioni Unite non ha mai associato lo Stato ebraico al concetto di “nemico comune”. Ciononostante, l'ong filo-israeliana che per prima ha diffuso il video tagliato ha innescato una reazione a catena che ha visto i ministeri degli Esteri di Francia, Germania, Italia – con il ministro Antonio Tajani che ha definito “inevitabile” la richiesta di dimissioni – e di altri paesi come Repubblica Ceca e Austria allinearsi sulla medesima posizione, senza che dai rispettivi governi sia giunto alcun passo indietro o rettifica. Una posizione, quella dei governi europei, che stride con l'atteggiamento tenuto verso altri attori del conflitto, come ha sottolineato la stessa Albanese notando la “virulenza” con cui è stata attaccata, una veemenza mai riservata ai veri responsabili delle violenze a Gaza.
Parallelamente alla pressione politica, si è levato un coro di voci a difesa dell’integrità e del lavoro della relatrice speciale. Ex e attuali funzionari delle Nazioni Unite, tra cui il capo dell’UNRWA Philippe Lazzarini, hanno firmato lettere di sostegno denunciando i tentativi di mettere a tacere i meccanismi indipendenti di reportistica sui diritti umani, specialmente quando questi riguardano i territori palestinesi. Amnesty International, per bocca della sua segretaria generale Agnès Callamard, ha parlato di “codardia politica” da parte dei ministri che, pur di non ammettere un errore, perseverano nel silenzio dopo aver diffuso disinformazione. Persino il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa, pur con cautela, ha definito Albanese una figura “coraggiosa” capace di attirare l’attenzione sul dramma di Gaza. E mentre in Francia alcuni avvocati hanno presentato un esposto contro il ministro Barrot per diffusione di false informazioni, nel Regno Unito un gruppo di membri della Camera dei Lord ha scritto al Foreign Office per sostenere le richieste di rimozione, un paradosso che mostra quanto la vicenda sia divisiva e lontana da una soluzione basata sui fatti.
La reazione di Francesca Albanese e il fronte interno italiano
Al centro di questa bufera, Francesca Albanese non ha mostrato segni di cedimento, anzi. Con una certa ironia – chiedendo ai suoi detrattori se i suoi errori risiedano nella scelta del colore degli occhiali o della tinta per capelli – ha ribadito con forza di sentirsi sostenuta dall’impalcatura delle Nazioni Unite, nonostante le pressioni di tre paesi fondatori come Italia, Germania e Francia. “Mi si accusa di antisemitismo per un video manipolato”, ha dichiarato in una delle sue apparizioni pubbliche, aggiungendo che se il ministro francese non si scuserà, sarà la prova della sua malafede. La sua linea difensiva è chiara: criticare lo Stato di Israele per le sue politiche, accusandolo di genocidio e apartheid – come del resto fanno molte organizzazioni indipendenti – non significa attaccare il popolo e la nazione israeliana in quanto tali. Una distinzione sottile ma cruciale, che nel dibattito pubblico e politico sembra essere andata perduta, travolta dalla rapidità con cui la notizia falsa si è diffusa.
Nel frattempo, in Italia lo scontro politico segue linee di faglia ben precise. Se Fratelli d’Italia ha lanciato una raccolta firme online per la revoca immediata del mandato, definendo le sue posizioni motivo di “imbarazzo”, e la Lega si è mossa in sintonia con le istanze francesi, dall’altro lato dello schieramento le cose stanno diversamente. Il cosiddetto “campo largo” – con Alleanza Verdi e Sinistra e il Movimento 5 Stelle in prima fila – ha espresso piena solidarietà alla relatrice, annunciando che le porte del Parlamento italiano rimarranno per lei “sempre spalancate”. Personalità come Angelo Bonelli e la deputata Stefania Ascari hanno sottolineato la manipolazione del video e la gravità di un attacco che distoglie l’attenzione da chi, a Gaza, continua a bombardare. Più cauta e silenziosa è apparsa l’ala riformista del Partito Democratico, con poche voci, come quelle di Laura Boldrini e Arturo Scotto, levatesi a difendere la libertà di denuncia di Albanese, mentre la minoranza interna sembra preferire un profilo basso in attesa che la tempesta passi. Una tempesta che, nata da un video tagliato, sta mettendo a nudo le contraddizioni di un’Europa divisa tra la difesa formale del diritto internazionale e la sostanza delle proprie scelte diplomatiche.




