La guerra per il gas e il petrolio: l’escalation tra Iran e Israele dopo i raid incrociati sui giacimenti e l’attacco all’ambasciata Usa a Baghdad
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Redazione Esteri
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La notte in Medio Oriente è stata segnata da una nuova, pericolosa escalation, con raid incrociati che hanno trasformato le infrastrutture energetiche in veri e propri teatri di guerra. L’attacco condotto da Israele contro il gigantesco giacimento di gas iraniano di South Pars, uno dei più estesi e strategici al mondo, ha innescato una pronta risposta di Teheran, che ha diretto i suoi missili non solo verso obiettivi israeliani ma anche contro installazioni petrolifere in Qatar, complicando ulteriormente uno scenario già di per sé incandescente. Fonti locali hanno confermato che nell’impianto di Ras Laffan, il più importante del piccolo emirato per la lavorazione del gas, si è sviluppato un incendio, mentre le fiamme sono state domate nelle aree colpite della provincia iraniana di Bushehr, dove hanno sede complessi energetici vitali per l’economia della Repubblica Islamica.
In questo clima di tensione, la risposta militare iraniana non si è limitata ai soli Stati del Golfo. Un attacco con drone ha preso di mira l’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad, un’azione che ha riacceso i riflettori sulla vulnerabilità delle sedi diplomatiche americane in una regione ormai in fiamme. Secondo fonti della sicurezza irachena, un velivolo senza pilota ha centrato direttamente il complesso diplomatico, mentre un secondo sarebbe caduto nelle vicinanze, finendo contro la recinzione perimetrale di sicurezza. Non è stato immediatamente chiarito se vi siano stati danni o vittime all’interno della sede, ma l’episodio rappresenta un salto di qualità nella strategia di Teheran, che sembra voler colpire il nemico americano anche attraverso i suoi alleati e le sue basi nella regione.
Parallelamente, l’offensiva iraniana si è abbattuta con violenza anche su Tel Aviv, dove un bombardamento ha causato la morte di due persone nel sobborgo di Ramat Gan. I servizi di emergenza israeliani hanno parlato dell’impatto di una bomba a grappolo, un ordigno che ha provocato il panico tra la popolazione e danneggiato gravemente una stazione ferroviaria, portando alla sospensione temporanea dei collegamenti nella zona centrale del Paese. Le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno rivendicato l’azione, definendola una vendetta per l’uccisione di Ali Larijani, alto funzionario della sicurezza il cui ruolo era considerato cruciale nell’apparato decisionale di Teheran, avvenuta in un precedente raid israeliano.
Sul fronte diplomatico e delle reazioni internazionali, la posizione di Washington appare quantomeno interlocutoria. Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha dichiarato di non voler allargare ulteriormente il conflitto agli impianti energetici iraniani, auspicando che Israele si astenga dal colpire nuovamente giacimenti vitali come South Pars, a meno di nuove provocazioni da parte iraniana. Una dichiarazione che arriva dopo che funzionari americani avevano già espresso preoccupazione per l’impatto che questi attacchi stanno avendo sui prezzi del greggio, letteralmente schizzati verso l’alto: il Brent ha superato quota 109 dollari al barile, con un aumento superiore al 5% in poche ore, mentre il Wti ha viaggiato sopra i 98 dollari, facendo temere ripercussioni economiche globali di vasta portata.
Dalle parole ai fatti: il ministro iraniano avverte che le conseguenze colpiranno tutti
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha rotto il silenzio con un’intervista ai media internazionali, nella quale ha ribadito la solidità del sistema politico della Repubblica Islamica nonostante la perdita di figure di primo piano come Larijani. «La struttura politica in Iran è molto solida», ha affermato, respingendo l’idea che l’eliminazione di singoli individui possa scalfire le istituzioni. Ha poi lanciato un avvertimento che non lascia spazio a interpretazioni: le ripercussioni di questo conflitto, ha detto, non rimarranno confinate al Medio Oriente ma colpiranno tutti, a prescindere dalla nazionalità o dalla ricchezza, in un’escalation che sembra non conoscere argini.
Baghdad e il fronte iracheno: l’ambasciata americana nel mirino dei raid notturni
La capitale irachena è tornata a essere un epicentro della tensione. Dopo le esplosioni udite nella notte, un cronista dell’AFP ha riferito di aver visto fumo alzarsi nei pressi della zona verde, dove sorge la fortificata ambasciata statunitense. Un funzionario della sicurezza ha confermato che un drone ha centrato l’edificio, mentre un secondo ordigno sarebbe stato abbattuto dalle difese nei pressi dell’aeroporto internazionale, dove ha sede un centro logistico americano. Il primo ministro iracheno, Mohammed Shia al-Sudani, ha condannato l’attacco definendolo un «assalto terroristico», senza però nominare direttamente i responsabili, mentre gruppi armati filo-iraniani continuano a chiedere il ritiro di tutte le forze straniere dal Paese.
Il tabellone energetico: gas e petrolio come armi strategiche
Oltre agli scontri diretti e agli attacchi alle ambasciate, la guerra sta assumendo sempre più i contorni di uno scontro per il controllo delle risorse. L’attenzione è tutta sullo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una percentuale significativa del petrolio mondiale, e sulle infrastrutture critiche del Golfo. L’Iran ha minacciato apertamente di colpire gli impianti di Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti se gli attacchi ai suoi siti energetici dovessero continuare. Nel frattempo, gli analisti avvertono che il prezzo del barile potrebbe raggiungere quota 120 dollari nei prossimi giorni, con scenari catastrofici che ipotizzano un balzo fino a 150-200 dollari qualora il transito nel Golfo dovesse essere interrotto. Un quadro che rende l’intera regione una polveriera pronta a esplodere, con le economie globali a osservare, trattenendo il fiato.
Description: Raid su South Pars e risposta iraniana su Tel Aviv e Qatar. Un drone colpisce l'ambasciata Usa a Baghdad. Il punto sugli attacchi alle infrastrutture energetiche e le conseguenze sui mercati.




