Garlasco, l’avvocato di Sempio: «Non si sottoporrà alla perizia psichiatrica»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una scelta, quella del rifiuto, che il legale ha annunciato senza mezzi termini nel corso della trasmissione "Quarto Grado", in onda su Retequattro. «Ci mancherebbe solo che andasse», ha dichiarato Cataliotti, motivando la posizione del suo assistito con una contestazione precisa che riguarda, in primo luogo, i tempi dell’iniziativa della Procura.

La difesa, infatti, sostiene che l’accertamento dei fatti materiali e delle prove debba logicamente precedere – e non seguire – una valutazione di natura personologica, soprattutto quando questa rischia di esporre l’indagato a ipotesi di presunte patologie davanti all’opinione pubblica, in assenza di una responsabilità acclarata riguardo al fatto storico contestato.

La strategia difensiva e la contestazione della tempistica

La decisione di opporsi alla consulenza, affidata dalla Procura di Pavia allo psichiatra Roberto Catanesi, si inserisce in una linea difensiva ben precisa, che mira a smontare quella che i legali percepiscono come una mossa tattica dell’accusa. A loro avviso, l’incarico conferito al professor Catanesi – volto ad accertare l’esistenza di condizioni patologiche incidenti sulla capacità di intendere e di volere al momento dell’omicidio, nonché l’eventuale pericolosità sociale – rappresenterebbe un "segno di debolezza" da parte degli inquirenti.

Cataliotti ha sottolineato come l’analisi personologica rischi di diventare un elemento meramente suggestivo, lontano dal contraddittorio processuale, se non ancorata a riscontri oggettivi sulla materialità del delitto. «Credo sia insorta la consapevolezza», ha aggiunto il legale riferendosi ai pm, «che l’analisi personologica non avrebbe avuto accesso al processo, nemmeno sotto forma di deposizione in aula».

Le motivazioni tecniche dietro il rifiuto alla consulenza

Non si tratta, nel dettaglio, di una semplice volontà di non collaborare; la difesa opera una distinzione sostanziale tra la "perizia" vera e propria e la "consulenza tecnica" disposta in questa fase. Mentre la prima è disposta dal giudice e offre garanzie di terzietà, la seconda – secondo la lettura del team di Sempio – manterrebbe un carattere di parzialità, essendo richiesta direttamente dall’accusa.

«Non accettiamo, non è una perizia, ma è una consulenza ancora una volta di parte», ha ribadito Cataliotti, chiarendo che il rifiuto è motivato anche dalla volontà di non legittimare uno strumento che ritengono inidoneo a produrre elementi neutri. Inoltre, il legale ha evocato un precedente illustre per corroborare la sua tesi, citando il caso di Anna Maria Franzoni nel processo per il delitto di Cogne, dove l’imputata scelse di non sottoporsi all’accertamento psichiatrico, dimostrando come questa sia una possibilità contemplata dalla prassi giudiziaria.

Il contesto delle indagini e i fronti aperti sul Dna

Mentre la Procura di Pavia, guidata da Fabio Napoleone, prosegue negli accertamenti integrativi – con l’obiettivo di arrivare a una richiesta di rinvio a giudizio entro la scadenza prevista per il 28 settembre 2026 – la difesa tenta di mantenere il focus dell’attenzione sulle incongruenze tecnico-scientifiche emerse in queste ultime fasi dell’inchiesta.

I legali contestano aspramente la valenza probatoria del DNA trovato sotto le unghie di Chiara Poggi, definito dall’avvocato Cataliotti come una «lontana compatibilità» riferibile al suo gruppo familiare, nonché l’affidabilità della cosiddetta "impronta 33". La strategia mira a dimostrare che gli elementi a carico di Sempio, accusato di essere l’assassino della giovane nel 2007, mancherebbero di quella "pistola fumante" necessaria per superare lo scoglio del giudizio dibattimentale.

Resta, quindi, un braccio di ferro giudiziario serrato, dove ogni atto viene vagliato con il bilancino della procedura, in attesa di vedere se l’impianto accusatorio reggerà o crollerà sotto il peso delle eccezioni difensive.

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