Barelli lascia la poltrona e attacca i Berlusconi: “Il partito si guida dall’interno”
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Redazione Interno
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L’aria, a Montecitorio, sa di resa più che di ricambio. Paolo Barelli, dopo aver trattenuto il fiato per settimane, ha infine ceduto il passo: si dimetterà stasera da capogruppo di Forza Italia, spianando la strada a Enrico Costa. Il passaggio di consegne, previsto per le venti durante la riunione dei deputati azzurri, rappresenta l’atto conclusivo – o quantomeno il più vistoso – di un’operazione di “ringiovanimento” voluta dalla famiglia Berlusconi. Una scelta, quella imposta da Cologno Monzese, che lo stesso Barelli non ha voluto commentare con il consueto understatement, preferendo invece una sequenza di dichiarazioni aspre, quasi taglienti come una lama spuntata ma affilata nel rancore.
La lunga giornata del consuocero di Tajani
Prima di formalizzare il passo indietro, Barelli ha varcato la soglia di Palazzo Chigi. Un incontro, quello con Giovanbattista Fazzolari – e forse, dicono alcuni sussurri raccolti nei corridoi, anche con Giorgia Meloni – dal quale si attendeva una sorta di approdo governativo. Magari un sottosegretariato. Invece, a oscurare ogni prospettiva, è rimasto il nodo della leadership parlamentare. “Mi scelse Silvio”, ha ripetuto ieri quasi come un mantra, lasciando intendere che quella scelta, ormai remota, non sarebbe stata disconosciuta dallo stesso fondatore. E aggiungendo, con una punta di veleno raffinato: “Un partito si guida dall’interno, non con imposizioni esterne”. Una frecciata che non ha colpito soltanto Antonio Tajani, suo consuocero e segretario federale, ma l’intero asse familiare di Cologno Monzese.
L’asse Craxi-Costa e il silenzio di Tajani
Enrico Costa, il piemontese destinato a ereditare la scrivania di capogruppo, è stato individuato giorni fa nel vertice che ha visto seduti allo stesso tavolo Tajani e i fratelli Berlusconi. La stessa logica, del resto, aveva già portato al Senato all’avvicendamento tra Maurizio Gasparri e Stefania Craxi, consumato dopo la sconfitta al referendum sulla Giustizia. Barelli, in questo quadro, rappresentava l’anello rimasto sospeso: un ex fedelissimo trasformato in ingombro. “Meloni infastidita da questo can-can? Mi sembra conseguente”, ha sbottato con un cronista, quasi a cercare nel fastidio della premier una giustificazione indiretta al proprio malumore. “Sarebbe meglio se non ci fosse casino, no?”. Parole che suonano come un ammissione di impotenza più che come una provocazione.
L’uscita di scena senza standing ovation
Oggi, davanti ai suoi ex colleghi, Barelli lascerà ufficialmente il timone. Il volto scuro, il sospiro profondo di chi ha appena ingoiato un boccone amaro: non ci saranno scene da tragedia greca, né applausi commossi. Solo la fredda formalità di una riunione di gruppo, nella quale Costa verrà eletto senza che nessuno si stupisca più di tanto. Perché in fondo, a Montecitorio, i cambiamenti di poltrona si consumano così: tra un incontro a Palazzo Chigi, una dichiarazione fuori dal microfono e la consapevolezza che, talvolta, a decidere chi deve restare non sono più i voti ma le telefonate che arrivano da nord. Barelli ha attaccato i Berlusconi senza mai nominarli del tutto, e forse proprio questo silenzio – interrotto solo da quel “mi aveva scelto Silvio” – è la sua vera ultima arma.




