Il governo approva 500 mila ingressi per lavoratori stranieri, tra retorica e necessità economiche
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Redazione Interno
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Mentre la retorica ufficiale insiste sul pugno di ferro contro gli sbarchi, il consiglio dei ministri ha dato il via libera a un nuovo decreto flussi che, tra il 2026 e il 2028, consentirà l’ingresso di circa 500 mila lavoratori stranieri. Una cifra che supera del 10% quella prevista per il 2025, fissata a 450 mila unità, e che conferma una contraddizione di fondo nelle politiche migratorie del governo. Da un lato, infatti, si moltiplicano gli accordi con Paesi terzi per bloccare i flussi irregolari – come il controverso progetto albanese –, dall’altro si ampliano le quote per l’immigrazione legale, riconoscendo implicitamente che senza manodopera straniera il sistema produttivo italiano rischierebbe il collasso.
«Decidiamo noi chi entra in Italia», ha ripetuto più volte Giorgia Meloni, cercando di conciliare la linea securitaria con le esigenze delle imprese. Eppure, dietro la facciata del controllo, persistono meccanismi inefficaci, a cominciare dai clic day, che costringono migliaia di aspiranti lavoratori a una corsa contro il tempo per accaparrarsi un posto, spesso finendo nelle mani di intermediari senza scrupoli. Non a caso, solo il 12% di quelli che ottengono un permesso riesce effettivamente a trovare un’occupazione stabile, mentre gli altri alimentano un limbo burocratico in cui lo sfruttamento diventa sistemico.
Già all’indomani dell’insediamento, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e le associazioni datoriali avevano ammesso che le promesse elettorali di bloccare gli ingressi erano insostenibili. Le aziende, soprattutto quelle del Nord, denunciano da anni la carenza di braccia nei settori più duri – dall’agricoltura all’edilizia –, mentre la demografia italiana, con il suo inesorabile invecchiamento, non lascia spazio a soluzioni alternative. E così, mentre si moltiplicano i proclami contro le Ong e si firmano accordi con governi accusati di violare i diritti umani, si apre la porta a mezzo milione di stranieri, necessari ma non sufficienti a colmare il vuoto lasciato da un Paese che non fa più figli.




