La zampata di Cipollini tra i boschi della Lucania e il Giro che cambia maglia rosa
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Redazione Sport
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C’è un momento, in certe tappe del Giro d’Italia, in cui la corsa smette di essere una semplice competizione per trasformarsi – quasi senza preavviso – in una resa dei conti con la fatica più elementare. La quinta frazione, quella che da Sapri ha portato il gruppo fino a Potenza infilando oltre 230 chilometri di asfalto intriso d’acqua, di vento e di una umidità capace di entrare nelle ossa, ha offerto proprio questo spettacolo. A impressionare non è stato tanto l’ordine d’arrivo, quanto il modo in cui si è arrivati: corridori che tremavano sulle bici, l’ammiraglia senza lunotto, un meccanico zuppo sino al midollo, pozzanghere così profonde da richiedere l’intervento dei poliziotti per segnalarle. E in mezzo a tutto questo, la voce di Mario Cipollini, ascoltata come si ascolta chi quelle giornate le ha vissute sulla propria pelle, ha voluto sottolineare un aspetto preciso. Da Eulàlio e Arrieta, ha detto l’ex campione del mondo (e il suo giudizio in questo contesto pesa come un macigno), è arrivata “una lezione di sport e di vita”.
Pioggia, grandine e quel ricordo improvviso di Gino Mäder
La Lucania, con i suoi boschi, le dighe, i viadotti e quella foschia che si arrotola intorno alla Montagna, ha messo in scena un copione meteo da manuale dell’orrore: tuoni, fulmini, palle di grandine che rimbalzavano sull’asfalto e una discesa bagnata dove ogni frenata diventava un atto di fiducia. I corridori, in una altalena senza fine tra il mettere e il togliersi la mantellina, hanno dovuto fare i conti con una visibilità ridotta e con il freddo che non dava tregua. Ed è proprio in quel contesto, mentre la carovana rosa scivolava tra le pozzanghere, che è affiorato un ricordo lontano ma nitido: cinque anni fa, il 13 maggio 2021, Gino Mäder vinse la sesta tappa del Giro, quella che portava dalle Grotte di Frasassi ad Ascoli Piceno. Nessun collegamento diretto con la cronaca di oggi, se non quello – sottile ma potente – di una corsa che non dimentica chi l’ha onorata.
Cambio al vertice, il sogno rosa di Ciccone dura un solo giorno
La classifica generale, intanto, ha subito una scossa che si sentiva arrivare da lontano. Il sogno di Giulio Ciccone, vestito di rosa per ventiquattr’ore, si è già spento: al comando c’è ora il portoghese Afonso Eulalio del team Bahrain Victorius. Lui, arrivato secondo sul traguardo di Potenza, alle spalle dello spagnolo Igor Arrieta, ha potuto comunque indossare la maglia più ambita grazie a una combinazione di distacchi e abbuoni che solo una tappa così folle poteva generare. E qui sta il dettaglio che rende la storia ancora più singolare: entrambi, Eulalio e Arrieta, sono caduti nel finale. La strada, resa viscida come una lastra di ghiaccio dalla pioggia incessante, non ha fatto sconti a nessuno. Eppure sono risaliti in sella, hanno ripreso la fuga e hanno chiuso la frazione come se nulla fosse stato. Nessuna conseguenza fisica apparente, ma una lezione di testa che Cipollini, dalla sua prospettiva, ha letto con precisione chirurgica.
Il presidente Bardi premia tra l’acqua e l’orgoglio lucano
Sotto quella stessa pioggia battente – che ha accompagnato la “carovana rosa” per quasi l’intero tracciato – il governatore della Basilicata, Vito Bardi, ha presenziato all’arrivo. Non una presenza formale, perché premiare atleti che hanno appena affrontato un simile calvario richiede qualcosa di più di un semplice gesto istituzionale. Bardi ha consegnato la maglia rosa a Eulalio, lo stesso che era appena entrato nella storia di questo Giro senza aver vinto la tappa, mentre il vincitore del giorno, lo spagnolo Arrieta, raccoglieva il giusto tributo per una fuga condotta con il coraggio di chi non ha mai smesso di crederci. Lo scenario, nonostante il freddo e l’acqua che scolava dai caschi, restava di straordinaria bellezza: viadotti che tagliano gole profonde, dighe che trattengono laghi artificiali, boschi che diventano neri sotto i temporali. Una cartolina, verrebbe da dire, che però qui era stata dipinta con i colori della fatica vera.




