Giro, tappa a Potenza sotto il diluvio: Arrieta vince tra due cadute, Paletti tredicesimo
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Redazione Sport
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La pioggia, quella insistente e fastidiosa che trasforma l’asfalto in una lastra di ghiaccio, ha disegnato la quinta tappa del Giro d’Italia 2026, la Praia a Mare–Potenza, trasformando una frazione lunga 203 chilometri in un autentico calvario per i corridori. Mentre il gruppo affrontava le insidie della salita del Monte di Viggiano, un ritmo forsennato imposto dalla Red Bull – che aveva già ridotto il plotone dei migliori a un piccolo drappello – lasciava presagire una selezione ben più netta di quella che poi si è verificata. E invece, il caos ha preso il sopravvento. Lo spagnolo Igor Arrieta, dell’UAE Team Emirates, ha costruito e quasi distrutto la sua vittoria in due momenti distinti: prima una caduta, poi una rimonta definita “folle” da chi l’ha seguita, e infine un’altra scivolata che avrebbe potuto costargli cara. Eppure, proprio quel modo precario di condurre la bicicletta – due errori di guida in curva su fondo scivoloso – ha messo in luce un aspetto tecnico che il ciclismo moderno tende a rimuovere: la gestione della bici, persino ad altissimo livello, appare oggi sorprendentemente confusa, come se la potenza dei mezzi avesse oscurato la manualità antica.
Mentre Arrieta giocava a nascondino con l’asfalto, il gruppo dei migliori assisteva a un copione in continuo ribaltamento. Il portacolori della Bardiani, il ventunenne modenese Luca Paletti, ha provato a inserirsi nella prima fuga già dopo pochi chilometri, subito dopo l’abbassamento della bandierina a scacchi, ma senza fortuna. Una volta partita l’azione decisiva, ci ha pensato il suo compagno di squadra, il romagnolo Emanuele Tarozzi, a rappresentare la formazione; Tarozzi è rimasto nel gruppo dei migliori proprio sull’erta del Viggiano, resistendo a un ritmo che aveva falcidiato molti dei suoi colleghi. Paletti, dal canto suo, ha chiuso la tappa al tredicesimo posto, un risultato che per un ragazzo della sua età – in una frazione così nervosa e segnata da due cadute dello stesso vincitore – equivale a una prestazione di grande sostanza, anche se priva dei riflettori.
L’eroe spagnolo e il duello con Eulalio
Arrieta ha preceduto sul traguardo di Potenza il portoghese Afonso Eulalio, della Bahrain Victorius, in un testa a testa che si è deciso per un soffio. Eulalio, comunque, ha ereditato la maglia rosa, diventando il nuovo leader della corsa; l’azzurro Giulio Ciccone della Lidl-Trek, che quella maglia l’aveva indossata fino alla vigilia, l’ha dunque ceduta. Terzo si è classificato l’uruguaiano Thomas Silva della XDS Astana, a chiudere un podio dove nessuno dei grandi favoriti per la classifica finale ha saputo imporre la propria legge. La vittoria di Arrieta, per quanto rocambolesca, ha quasi fatto passare in secondo piano un dettaglio tecnico di non poco conto: il fatto che lo spagnolo abbia rischiato seriamente di vanificare tutto in due fr frangenti distinti, entrambi dovuti a una guida in curva che avrebbe meritato un’analisi più approfondita. Non si trattava di semplice aggressività o di una calcolata assunzione di rischi, bensì di una gestione incerta della bicicletta, un tema che oggi, nel ciclismo professionistico, si tende a sottovalutare.
Sotto una pioggia incessante, il capoluogo lucano incorona Arrieta
Sulle strade bagnate del capoluogo lucano, tra errori di percorso – alcuni dei quali hanno costretto diversi corridori a rientrare da posizioni arretrate – e continui ribaltamenti di fronte, la frazione ha regalato uno dei finali più caotici e spettacolari degli ultimi anni. La pioggia incessante, quella che non dà tregua e bagna fino alle ossa, ha fatto da sfondo a un copione dove la caduta di Arrieta sembrava averlo estromesso dalla lotta; e invece, nel giro di pochi chilometri, eccolo riemergere, scivolando una seconda volta ma rialzandosi con la determinazione di chi ha capito che la tappa era lì, a portata di manubrio. Il suo successo, al fotofinish con Eulalio, ha chiuso un cerchio imperfetto: da protagonista tecnico discusso a vincitore di tappa, senza che nessuno dei due ruoli prevalesse del tutto sull’altro.




