Canzonissima, la vittoria di Fabrizio Moro e quel pareggio a dieci che racconta la prima puntata
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il meccanismo, per quanto collaudato da decenni di varietà, regge ancora: una gara canora, un pubblico in studio, una giuria e il responso finale che, nella prima delle sei serate di “Canzonissima”, ha assegnato la vittoria a Fabrizio Moro. L’artista, interpretando “Il mio canto libero” di Lucio Battisti, si è imposto sugli altri dieci concorrenti, tutti invece accomunati da un secondo posto a pari merito. Un esito, questo, che rivela tanto la volontà di celebrare il parterre quanto la sostanziale uniformità di giudizio su un gruppo di interpreti chiamati a misurarsi con un pezzo del proprio repertorio affettivo, quello che Milly Carlucci, alla guida del programma, ha definito la “canzone del cuore”.
Nel dettaglio, a chiudere la classifica appaiati al secondo gradino del podio si trovano: Enrico Ruggeri con “Lontano dagli occhi” di Sergio Endrigo, Leo Gassmann con “Un giorno credi” di Edoardo Bennato, Michele Bravi con “Ti lascio una canzone” di Ornella Vanoni, Fausto Leali con “Pregherò” di Adriano Celentano, Malika Ayane con “Città vuota” di Mina, Irene Grandi con “Mi ritorni in mente” – un altro celebre cavallo di battaglia di Battisti – e infine Elettra Lamborghini con “Bella vera” degli 883. Un ventaglio che spazia dalla canzone d’autore al pop più leggero, ma che non ha generato, almeno in questa occasione, distacchi significativi all’interno della valutazione complessiva.
Proprio la scelta di Irene Grandi, che ha portato “Mi ritorni in mente”, ha trovato particolare favore tra i giurati: Claudio Cecchetto, in particolare, ne ha lodato l’arrangiamento, giudicandolo “ottimo”. Un’attenzione, quella riservata ai dettagli musicali, che ha tentato di ancorare il varietà a una dimensione più intima, forse in contrasto con la scenografia stessa del programma. La conduzione di Milly Carlucci, infatti, ha alternato momenti di pura esibizione a una messa in scena volutamente iperbolica: basti pensare all’abito bicolore della conduttrice, un assemblaggio che richiamava la Regina di cuori di Alice nel paese delle meraviglie, se non addirittura la forma di una clessidra, così come ai costumi dei ballerini, sospesi tra l’estetica del saloon western e quella circense.
Il ritorno in tv tra amarcord e scenografie teatrali
A cinquant’anni di distanza dall’ultima edizione storica, il ritorno del titolo “Canzonissima” in prima serata su Rai 1 ha inevitabilmente sollevato interrogativi sulla natura di questo revival. La domanda, ricorrente tra gli spettatori al termine della puntata del 21 marzo, riguarda la direzione artistica scelta: perché, in un contesto che celebra la canzone italiana, si è optato per un’estetica così ibrida e fortemente simbolica? Le standing ovation, d’altronde, si sono susseguite in studio, ma l’impressione generale è che lo show si sia concentrato maggiormente sulla costruzione di un’atmosfera da “amarcord” piuttosto che sulla rinnovata tensione competitiva.
La competizione, al netto delle esibizioni, ha messo in luce una certa cautela nelle scelte dei protagonisti. Fabrizio Moro, con un brano simbolo di libertà espressiva come “Il mio canto libero”, ha toccato una corda universale che gli ha permesso di emergere in un gruppo, quello degli undici artisti, accomunato da una profonda devozione verso i propri modelli. Non si è trattato di una sfida basata sulla novità, ma piuttosto sulla capacità di restituire fedeltà e pathos a pagine celebri della discografia italiana.
Le scelte di repertorio e il giudizio sulla sala
Tra i momenti di maggiore interesse, vi è stata la variegata selezione dei brani: il fatto che due concorrenti (Moro e Grandi) abbiano scelto di omaggiare Lucio Battisti, pur con risultati diversi nella classifica finale, evidenzia come la figura del cantautore reatino rappresenti ancora un pilastro imprescindibile per gli interpreti contemporanei. Dall’altra parte, la presenza di classici come “Città vuota” o “Pregherò” ha conferito alla serata un tono marcatamente nostalgico, sebbene stemperato dall’energia di Elettra Lamborghini, che ha portato un pezzo più vicino al linguaggio degli anni Novanta.
Il meccanismo del “tutti secondi” dietro al vincitore solleva, inoltre, un interrogativo sul regolamento stesso della sfida, che pare aver premiato un’unica eccellenza senza però penalizzare nessuno degli altri partecipanti. Una scelta che, per quanto generosa, lascia intendere come il programma punti più sulla coralità dell’evento che sul mero spirito agonistico, un aspetto che potrebbe ridefinire le strategie nelle puntate successive.
Tra scenografia e performance, l’incertezza di un format ritrovato
La messa in onda ha quindi confermato “Canzonissima” come un ibrido: da un lato, l’eredità di un programma leggendario del passato, dall’altro, l’urgenza di adattarsi ai canoni moderni dell’intrattenimento televisivo, dove spesso l’aspetto visuale sovrasta il contenuto musicale. La scelta di Milly Carlucci di curare ogni dettaglio estetico – dall’abito alle coreografie – ha garantito un alto tasso di spettacolarità, ma ha anche messo in ombra alcuni dei momenti puramente canori, che pure rappresentavano il nucleo della competizione.
Le undici esibizioni, per quanto di livello tecnico apprezzabile, hanno subito una sorta di compressione all’interno di una struttura ipertrofica di elementi accessori. Il risultato, al netto della vittoria di Moro, restituisce l’immagine di una macchina produttiva perfettamente oliata, ma ancora alla ricerca di un equilibrio tra la celebrazione del ricordo e la costruzione di un linguaggio televisivo contemporaneo. Il prossimo appuntamento, sabato successivo, dovrà confrontarsi con l’inevitabile aspettativa di un cambio di registro, se non altro per differenziare le singole personalità artistiche da quella cornice, fin troppo ingombrante, che le ha accolte.




