G7 a Evian, il fragile accordo con l’Iran e la sfida (non solo militare) per riaprire Hormuz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È il giorno del G7, ma è inevitabilmente il giorno di Donald Trump. Il Presidente degli Stati Uniti, che da più di un anno siede nuovamente alla Casa Bianca, è arrivato a Evian-les-Bains con la postura di chi ha appena ricucito uno strappo mediorientale, forte di un accordo di pace con l’Iran che, per quanto appaia estremamente fragilissimo nelle sue premesse, gli ha restituito il ruolo di artefice della distensione.

Eppure, mentre i riflettori si accendono sul summit francese, la realtà dello Stretto di Hormuz sembra raccontare una storia molto più complessa di quella dipinta dal tycoon, che ha annunciato con sicurezza che il passaggio marittimo "sarà completamente riaperto entro venerdì".

La sua amministrazione, consapevole che l'intesa siglata con Teheran non è che un primo, incerto passo verso una stabilizzazione duratura, si trova ora a dover fare i conti con il nodo operativo più urgente: lo sminamento di un'area su cui insistono le incognite di un conflitto che ha lasciato tracce profonde, non ultima la presenza di ordigni disseminati lungo le rotte commerciali.

Il fronte europeo: unità nella missione, cautela sull’intesa

Se Trump, nella sua conferenza stampa congiunta con Emmanuel Macron, ha minimizzato la portata dell'aiuto necessario, definendo quasi superflua la cooperazione straniera, gli alleati europei hanno invece già imbastito una risposta operativa che mira a marcare il territorio e a tutelare gli interessi continentali.

Francia e Gran Bretagna, con il sostegno di Olanda e Italia, si sono dichiarate pronte a prendere la testa di una missione navale per contribuire alla riapertura della via marittima, una mossa che arriva dopo mesi di attesa e di pressioni, durante i quali l’amministrazione Trump aveva spesso rimproverato agli europei una mancanza di proattività.

L'Italia, in particolare, si è mossa con tempismo, avendo già dislocato i cacciamine Rimini e Crotone nella base di Gibuti, in attesa del via libera definitivo che, come ha specificato la premier Giorgia Meloni, dovrà passare attraverso il necessario vaglio parlamentare.

L’Italia, che spera in questo modo di ricucire il rapporto con la Casa Bianca dopo le tensioni degli ultimi mesi, si prepara a schierare circa cinquecento militari, consapevole che l’operazione di sminamento potrebbe richiedere settimane di lavoro in un tratto di mare cruciale per l'economia globale.

Le incognite sul campo e la diffidenza delle compagnie

Tuttavia, la volontà politica di riaprire la rotta si scontra con la dura realtà dei fatti: non c’è nemmeno la certezza che le mine navali, che Trump ha menzionato come ostacolo principale, siano effettivamente ancora lì, pronte a rappresentare un pericolo mortale per le petroliere.

La confusione che regna in queste ore, e che è ben testimoniata dal riserbo mostrato dalle cancellerie europee, è amplificata dalla diffidenza delle compagnie di navigazione internazionali; alcune di esse, interpellate dalla stampa, hanno infatti le navi intrappolate nel Golfo Persico e mostrano una cautela estrema nel riprendere il traffico, in attesa di dettagli più concreti su un'intesa che, per ora, viene festeggiata a tutto tondo solo da Trump mentre l’Iran, dal canto suo, si prepara a puntare i piedi sul dossier nucleare, avendo dimostrato di poter tenere testa agli Stati Uniti

. È questa la cornice di un G7 che, nonostante le dichiarazioni ottimistiche, si apre con un clima di gelo, minato dalle nuove e minacciose dichiarazioni del presidente americano su possibili dazi al vino francese e dal suo consueto atteggiamento punzecchiante verso l’Europa.

La partita del nucleare e il "disgelo" con Meloni

Nel frattempo, all'interno del villaggio globale di Evian, si consuma la diplomazia del vertice, che vede la premier italiana cercare il "disgelo" con l’inquilino della Casa Bianca; un faccia a faccia che, secondo fonti diplomatiche, sembra aver finalmente ricostruito un canale di comunicazione dopo mesi di freddezza, ma che non cancella le divergenze profonde.

Il vero scoglio della trattativa rimane, come anticipato da Ursula von der Leyen, la questione delle sanzioni e la rinuncia di Teheran al programma nucleare, elementi che per l'Unione Europea sono imprescindibili per la revoca delle misure punitive e che richiederanno un negoziato complesso che potrebbe durare mesi.

Trump, da par suo, ha già ribadito che la questione della "polvere nucleare" potrà essere affrontata in un secondo momento, spostando l’attenzione sull’immediata riapertura di Hormuz e, forse, su una nuova possibile mediazione per l’Ucraina; ma mentre il G7 cerca di rammendare la tela delle relazioni transatlantiche, lo spettro di un conflitto che potrebbe riesplodere da un momento all’altro è un'ombra che nessuna firma, per ora, è riuscita a dissipare completamente.

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