Referendum, la Russa invita all’astensione e scoppia la polemica costituzionale
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Redazione Interno
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Quella che doveva essere una battaglia politica sui contenuti dei cinque referendum abrogativi in programma l’8 e 9 giugno – dai temi del lavoro alla cittadinanza – rischia di trasformarsi in una disputa giuridica sul diritto, o meno, di invitare gli elettori a non votare. A innescare la polemica è stato Ignazio la Russa, presidente del Senato, che ha dichiarato senza mezzi termini: «Farò propaganda affinché la gente se ne stia a casa». Un’affermazione che, sebbene presentata come personale, ha sollevato un vespaio di reazioni, alimentando un dibattito già acceso sull’astensionismo come strumento politico.
Elly Schlein, segretaria del Pd, ha replicato duramente, definendo «grave» la posizione di la Russa, ricordando che il voto non è solo un diritto ma anche «un dovere civico». «La seconda carica dello Stato – ha aggiunto – tradisce un principio costituzionale». Il riferimento implicito è all’articolo 48 della Costituzione, che pur non prevedendo sanzioni per chi non vota, riconosce l’esercizio del suffragio come fondamentale per la democrazia. Schlein, che ha ribadito l’appoggio del Partito Democratico a tutti i quesiti referendari, ha accusato il governo di «boicottare il voto», sottolineando come l’invito all’astensione sia coerente con una linea politica che «dei principi e dei diritti non si cura affatto».
La questione, però, non è nuova. Già nel 2009, l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano difese la legittimità del «non voto», ricordando che l’astensione rientra nella libertà di scelta dell’elettore. Una posizione condivisa da alcuni costituzionalisti, secondo i quali campagne per il boicottaggio delle urne – purché non imposte – non violerebbero alcuna norma. Altri giuristi, però, obiettano che simili appelli, specie se provenienti da figure istituzionali, minano la partecipazione democratica, svuotando di significato il referendum stesso.
La Russa, dal canto suo, non ha rettificato le proprie parole, limitandosi a precisare che si tratta di una sua opinione. Ma il fatto che a esprimersi sia il presidente del Senato, e non un semplice esponente di partito, ha reso la dichiarazione più controversa. Da qui l’accusa della sinistra di «arroganza istituzionale», mentre il centrodestra evita per ora di prendere posizione ufficiale, lasciando che la polemica si concentri sulle singole personalità.




