Referendum, l’astensione è un diritto ma la politica ne fa un campo di battaglia
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Redazione Interno
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Nel sistema referendario italiano, l’astensione non è un tradimento della democrazia, come qualcuno vorrebbe far credere, ma una sua manifestazione legittima. Chi sceglie di non votare – o invita a non farlo – esercita un diritto tanto quanto chi si reca alle urne. La regola è chiara: se un referendum abrogativo non raggiunge il quorum del 50% degli aventi diritto, il voto non produce effetti. Una norma che, lungi dall’essere un difetto, è parte integrante del meccanismo.
Elly Schlein, segretaria del Pd, ha ribadito la posizione del partito a favore dei cinque quesiti in votazione a giugno, che riguardano temi come la cittadinanza e il lavoro. "Chi nasce o cresce in Italia è italiano – ha detto – e mentre aspettiamo una legge più completa, votiamo sì per correggere una norma ingiusta". Sul fronte del lavoro, ha aggiunto, "è fondamentale contrastare la precarietà e aumentare la sicurezza". Ma il suo intervento più netto è stato contro l’appello all’astensione lanciato da Ignazio La Russa, presidente del Senato. "Non è un militante qualsiasi, è la seconda carica dello Stato – ha osservato – e invita a disertare le urne, tradendo un principio costituzionale che vede nel voto non solo un diritto, ma un dovere civico".
La polemica, però, va oltre le singole dichiarazioni. Quello che emerge è una strategia politica più ampia, in cui il governo – secondo l’opposizione – starebbe boicottando il voto. "Dell’estrema destra al potere – ha aggiunto Schlein – sappiamo che i principi costituzionali interessano poco". La risposta, per il Pd, è una mobilitazione senza precedenti, perché "un’alta partecipazione sarebbe la miglior risposta a tanta arroganza".




