Referendum 8 e 9 giugno, il governo invita all’astensione mentre il quorum resta un ostacolo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre si avvicinano i referendum dell’8 e 9 giugno, che riguardano temi sensibili come la cittadinanza, il Jobs Act, l’indennità di licenziamento per le piccole imprese e la responsabilità solidale negli appalti, la polemica sulle indicazioni di voto del governo continua a dividere. Se il "sì" dovesse prevalere, le norme attualmente in vigore verrebbero abrogate, ma il nodo cruciale rimane il quorum: senza il 50% più uno dei votanti, la consultazione sarà nulla.

Il ministro Antonio Tajani, esponente di spicco del centrodestra, ha suscitato aspre critiche invitando esplicitamente a non partecipare al voto, definendo l’astensione un «legittimo esercizio di diritto». Una posizione che, come sottolineato da alcuni osservatori, rischia di indebolire il principio stesso della partecipazione democratica. Tajani ha difeso la sua scelta citando un’intervista di Giorgio Napolitano del 2016, in cui l’allora presidente emerito della Repubblica ricordava come l’assenza di quorum rendesse «inconsistente» l’iniziativa referendaria.

Dall’altra parte, i promotori dei quattro quesiti – sostenuti principalmente dalla Cgil di Maurizio Landini – faticano a trovare una linea unitaria, soprattutto nel centrosinistra, dove non c’è accordo neppure sul referendum riguardante la cittadinanza, voluto da +Europa. Mentre il centrodestra si presenta compatto nel rivendicare la libertà di non votare, il fronte del "sì" appare frammentato, con alcuni che cercano persino di coinvolgere figure come Silvio Berlusconi per dare maggiore visibilità alla campagna.

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