Un agguato di camorra in pieno giorno a Marano, ucciso un uomo di 79 anni vicino al clan Nuvoletta

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il rumore secco degli spari, dodici colpi calibro 9 esplosi in rapida successione, ha squarciato la quiete del centro di Marano intorno alle undici di ieri mattina, per poi lasciare spazio a un silenzio carico di presagi. I carabinieri della Compagnia di Marano, intervenuti immediatamente in via Svizzera all’angolo con corso Europa dopo la segnalazione di una sparatoria, si sono trovati davanti a una scena che non lasciava spazio a dubbi: all’interno di una Toyota Yaris, accasciato sul sedile lato guida, c’era il Corpo senza vita di Castrese Palumbo, 79 anni, raggiunto alla testa da diversi proiettili. L’uomo, conosciuto negli ambienti criminali con il soprannome di “’o Svitapierno”, era considerato un elemento di spicco e da tempo ritenuto vicino al clan Nuvoletta, lo storico sodalizio camorristico che da decenni esercita la sua influenza sul territorio a nord di Napoli.

La dinamica dell’agguato, stando a una prima e ancora sommaria ricostruzione degli inquirenti, porta i tratti tipici di un’esecuzione pianificata nei minimi dettagli. Un commando composto da almeno due individui, con il volto coperto da caschi integrali e in sella a una moto di grossa cilindrata, si è affiancato alla vettura della vittima per poi fare fuoco senza esitazione. La scelta dell’orario, una mattina di sabato in una zona commerciale e di passaggio, e la ferocia dell’azione – i killer hanno esploso una dozzina di colpi, molti dei quali calibro 9, come testimoniano i bossoli rinvenuti e sequestrati dai militari – non lasciano intendere altro se non la volontà di colpire in modo esemplare, senza lasciare scampo. L’area è stata immediatamente transennata per consentire i rilievi della scientifica, mentre le forze dell’ordine hanno avviato serrate indagini, setacciando le immagini dei sistemi di videosorveglianza pubblici e privati nella speranza di ottenere elementi utili a risalire all’identità dei sicari e al loro percorso di fuga.

Castrese Palumbo non era certo un volto nuovo per gli investigatori, che nel corso degli anni avevano più volte incrociato il suo nome in fascicoli giudiziari di primo piano. La sua fedina penale, infatti, era costellata da numerosi precedenti per ricettazione, detenzione illegale di armi, spendita di banconote false e reati in materia di stupefacenti, e le sue frequentazioni lo avevano portato a essere considerato dagli inquirenti un uomo di fiducia del defunto boss Lorenzo Nuvoletta. Già nel lontano 1984 era finito in manette e, nel corso degli anni Duemila, la sua posizione era tornata al centro dell’attenzione della magistratura: nel 2003, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere lo condannò a tredici anni e sei mesi di reclusione per associazione finalizzata al traffico di droga, un ruolo, quello di acquirente e rivenditore all’ingrosso, che confermava il suo peso specifico nell’organizzazione.

A suffragare ulteriormente i legami di Palumbo con i vertici del clan Nuvoletta è emerso anche il rapporto di parentela che lo legava a uno dei boss storici: la vittima era infatti cognato di Angelo Nuvoletta, figura di spicco della consorteria criminale. Un legame di sangue che, unito alla sua longeva carriera criminale, lo poneva al centro degli equilibri di potere malavitosi nell’area giuglianese e maranese. La sua esistenza, del resto, era stata segnata anche da tragedie personali che si intrecciavano inestricabilmente con la sua appartenenza a quel mondo: il figlio, Giuseppe Palumbo, si tolse la vita nel 2010 nel carcere fiorentino di Sollicciano, mentre il nipote, Aurelio Taglialatela, è attualmente detenuto per l’omicidio di Corrado Finale, il giovane travolto e ucciso al termine di una lite circa un anno e mezzo fa.

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