Pasqua di sangue e silenzio: Pizzaballa celebra la resurrezione tra i missili e le porte sprangate del Santo Sepolcro

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Gerusalemme si è svegliata deserta, una domenica di Pasqua che più di altre è sembrata sospesa tra il sacro e il profano di una guerra che non concede tregua. Mentre i missili lanciati dall'Iran e i razzi provenienti dal Libano continuavano a solcare il cielo, il cardinale patriarca Pierbattista Pizzaballa ha presieduto la cerimonia della vigilia pasquale nella basilica del Santo Sepolcro, un rito che si è consumato davanti a un numero esiguo di fedeli, appena venti persone, per lo più frati residenti all'interno del complesso. La città vecchia, che in ogni altro anno sarebbe stata invasa da pellegrini provenienti da ogni angolo del pianeta, si presentava come un luogo fantasma, dove il ruggito delle sirene ha sostituito il tradizionale vociare dei mercati e le processioni.

Il rito a porte chiuse e la paura dal cielo

La funzione religiosa, uno dei momenti liturgici più alti per la cristianità, si è quindi svolta in un’atmosfera di clausura forzata, un deja-vu che riporta alla mente i giorni più bui del lockdown per il Covid-19, ma con una differenza sostanziale: allora era un virus invisibile a fermare il mondo, oggi è la concretezza delle bombe. Il patriarca, nella sua omelia, non ha potuto ignorare il contesto, accennando esplicitamente alle restrizioni imposte dalla minaccia dei missili iraniani. È una Pasqua, quella del 2026, che costringe i fedeli a vivere la fede in forma privata, quasi clandestina, mentre l'esecutivo israeliano impone regole ferree per la sicurezza nelle aree sprovviste di rifugi.

La tensione è palpabile anche nel racconto della Via Crucis, celebrata in un formato ridotto all'osso. A differenza degli anni passati, quando il rito richiamava migliaia di persone, quest’anno il percorso della Via Dolorosa è stato riproposto da un manipolo di frati – sei per l’esattezza – accompagnati da una massiccia presenza di militari, circa duecento, a sottolineare come il confine tra la celebrazione della fede e l’operazione bellica sia diventato ormai labile. Il rito a porte chiuse è stato una scelta obbligata, dettata non solo dal coprifuoco implicito imposto dalla popolazione civile, ma anche dalla volontà delle autorità di evitare assembramenti in un luogo considerato a rischio.

La parola di Dio nel silenzio delle armi

Nonostante il contesto bellico e la paura che tiene la popolazione rintanata nei rifugi, Pizzaballa ha voluto lanciare un messaggio potente, scegliendo di non cedere al racconto della sconfitta. "La Pasqua non inizia dalla proclamazione della vittoria, ma dall’ascolto di una storia: una storia che affronta la morte per giungere alla vita", ha dichiarato il patriarca, sottolineando come il passaggio nelle tenebre sia necessario per giungere alla resurrezione. È una riflessione che acquista un peso specifico inaudito in una terra dove la morte è all’ordine del giorno, dove i frammenti dei missili caduti nei giorni scorsi sono stati ritrovati a pochi metri dalla basilica stessa.

Pizzaballa ha poi aggiunto che, in questo luogo dove la morte è stata abitata da Dio, la sua parola risuona più forte di ogni silenzio. Un'affermazione che sembra voler rispondere concretamente al fragore delle esplosioni, tentando di ricucire uno strappo che non è solo logistico ma profondamente spirituale. Se da un lato la guerra svuota le chiese, dall’altro sembra restituire alla liturgia quella essenzialità che spesso si perde nella spettacolarizzazione della fede.

La cronaca di una Pasqua blindata

Sulla pietra che lastrica i vicoli della città murata, la processione si è trasformata in un atto di resistenza silenziosa. Il custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, ha guidato i frati lungo un percorso sorvegliato a vista da postazioni di polizia e soldati, un contrasto stridente tra il legno della croce e l'acciaio dei fucili. La decisione di procedere con un numero così ridotto di partecipanti è stata presa per ottemperare alle severe normative di sicurezza, che vietano qualsiasi aggregazione che possa costituire un bersaglio facile per i vettori provenienti dal Libano o dall'Iran.

Questa situazione di stallo rappresenta un'ulteriore ferita per le comunità cristiane locali, già provate da anni di instabilità e da una fuga emigratoria costante. La Pasqua del 2026 a Gerusalemme sarà ricordata come una delle più tristi e spettrali, un’eccezione nella storia recente che solo la guerra globale in atto poteva generare. Mentre il patriarca pronunciava le parole della resurrezione, l’eco dei bombardamenti sullo sfondo fungeva da controcanto drammatico, ricordando a tutti che la pace, qui, è ancora un miracolo lontano.

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