Elia Del Grande di nuovo in fuga: il permesso pasquale non è bastato a fermare l’istinto di allontanarsi
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Redazione Interno
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Non è rientrato nel pomeriggio di domenica, e da quel momento – come già accaduto cinque mesi fa – le ricerche si sono estese in tutta Italia. Elia Del Grande, il cinquantenne originario di Cadrezzate, nel Varesotto, dove il 7 gennaio 1998 uccise a fucilate i genitori e il fratello maggiore, ha fatto perdere le proprie tracce dopo che gli era stato concesso un permesso in occasione delle festività pasquali. Doveva tornare nella casa-lavoro Giuseppe Montalto di Alba, in provincia di Cuneo, dove da alcune settimane svolgeva attività di volontariato all’interno di una mensa per i poveri; quel rientro, invece, non è mai avvenuto. La sua è una presenza che il sistema giudiziario continua a considerare ancora troppo ingombrante e potenzialmente pericolosa, tant’è che il tribunale di sorveglianza di Torino aveva da poco prorogato per un altro anno la misura di sicurezza nei suoi confronti, a seguito di un’udienza tenutasi il 26 marzo scorso.
La seconda latitanza in pochi mesi e il precedente del pedalò sul lago
Per Del Grande, che ha scontato venticinque anni di reclusione per il triplice omicidio prima di ottenere i benefici della libertà vigilata, questa è la seconda evasione in un arco di tempo relativamente breve. La precedente risale al 30 ottobre del 2025, quando si allontanò da una struttura analoga situata a Castelfranco Emilia, nel Modenese, calandosi da un muro alto sei metri con l’ausilio di cavi elettrici annodati tra loro. In quella circostanza, la latitanza durò quattordici giorni: si nascose nei boschi e lungo le sponde del lago di Monate, muovendosi di notte addirittura con un pedalò per eludere i controlli, fino a quando i carabinieri del nucleo operativo di Varese e Modena, supportati dal Ros, lo bloccarono il 12 novembre nella sua zona d’origine. La scelta di tornare a Cadrezzate, quasi a voler rivendicare un legame inscindibile con il luogo del delitto, era parsa agli investigatori una cifra stilistica precisa; e proprio per questo, anche stavolta, l’attenzione delle forze dell’ordine si concentra in modo particolare sul Varesotto e su quelle aree che lui conosce meglio di chiunque altro.
La lettera dal luogo segreto e le parole sulla inadeguatezza delle case-lavoro
Durante la precedente fuga, Del Grande aveva rotto il silenzio con una lettera manoscritta di due facciate – vergata a mano con una biro, in stampatello blu – inviata a un giornale locale, Varesenews, assieme ad alcune fotocopie di articoli che trattavano la condizione degli internati per misure di sicurezza detentive. In quella missiva, l’uomo non aveva usato mezzi termini per descrivere il proprio malessere: le case-lavoro, a suo dire, rappresenterebbero di fatto i vecchi ospedali psichiatrici giudiziari, luoghi dove si trovano rinchiusi anche soggetti con gravi patologie psichiatriche e dove l’attività lavorativa non avrebbe alcuna finalità riabilitativa reale. Scriveva di aver ritrovato un equilibrio, un lavoro, una compagna, la normalità delle cene e delle bollette da pagare, per poi vedere tutto vanificato «dalla decisione di un magistrato di sorveglianza» che lo avrebbe fatto retrocedere di mille passi, riproponendogli «soltanto la realtà repressiva carceraria». Una narrazione, quella di chi si sente braccato nonostante abbia scontato una pena pesantissima, che però si scontra con la cronologia giudiziaria: la revoca dei benefici e il ritorno in strutture protette erano stati determinati da una serie di inadempienze e da episodi di molestie ai vicini, elementi che i giudici avevano ritenuto incompatibili con un pieno reinserimento.
La compagna dalla Sardegna e lo sfogo in televisione
Mentre i dispositivi di ricerca vengono dispiegati dal Piemonte alla Lombardia, e in particolare nelle zone che bagnano il lago di Monate, una voce si è levata da quella che avrebbe dovuto essere una meta di reinserimento. Rossella Piras, la compagna sarda di Del Grande, ha rilasciato una breve intervista televisiva – nel programma «Dentro la notizia» condotto da Gianluigi Nuzzi su Canale 5 – esprimendo un misto di preoccupazione e rabbia. «Io non so niente – ha detto –. Lui doveva uscire e io avevo già la valigia pronta. L’accordo era che sarebbe arrivato in Sardegna per sei mesi in vigilata, dopo la vigilata sarebbe tornato di nuovo al paese». La donna, che ha detto di rappresentare gli interessi familiari da diciannove anni, ha chiesto di non definire l’uomo come pericoloso: «Perché io ci ho dormito insieme, e lo conosco bene. La pericolosità è un’altra cosa». Un’uscita pubblica che, inevitabilmente, ha riacceso i riflettori sulla catena di responsabilità e sulle eventuali agevolazioni che potrebbero essere state prestate al fuggitivo, così come era già accaduto in passato quando la stessa compagna era finita sotto inchiesta per aver favorito la latitanza.




