Elia Del Grande di nuovo in fuga, non è rientrato nella casa-lavoro di Alba dopo un permesso pasquale
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Redazione Interno
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Sono passati appena cinque mesi dall’ultima latitanza, eppure la sceneggiatura si ripete identica. Elia Del Grande, il cinquantenne di Cadrezzate condannato per il triplice omicidio dei genitori e del fratello maggiore avvenuto nel lontano 1998, ha deciso di non fare ritorno nella casa-lavoro “Giuseppe Montalto” di Alba, in provincia di Cuneo, dove stava scontando la misura di sicurezza. L’occasione, per lui, è stato un permesso premio concesso in occasione delle festività pasquali: un lasciapassare che nella valutazione del tribunale doveva rappresentare un segnale di fiducia nel suo percorso, ma che si è trasformato nell’ennesimo varco verso la libertà.
La sua assenza è stata notata quando, allo scadere del termine concesso, il cancello della struttura non lo ha visto rientrare. Da quel momento, come riportano le agenzie di stampa, le ricerche si sono estese su tutto il territorio nazionale con un’attenzione particolare verso la provincia di Varese, il luogo del cuore e del delitto da cui tutto ebbe inizio. Non è certo la prima volta che l’uomo, considerato socialmente pericoloso dal punto di vista giudiziario, elude la sorveglianza; anzi, la sua biografia criminale è costellata di episodi simili che raccontano di una difficoltà oggettiva a sottostare alle regole dell’esecuzione penale esterna.
La “strage dei fornai” e il ritorno alla casa-lavoro
Per comprendere il profilo di Del Grande, è inevitabile tornare a quella notte del 7 gennaio 1998, quando a soli ventidue anni imbracciò un fucile da caccia e uccise nel sonno il padre Enea, la madre Alida e il fratello Enrico. La stampa dell’epoca la ribattezzò la “strage dei fornai”, un’eccellenza familiare consumata all’interno di una piccola comunità del Varesotto che faticava a credere a tanta violenza. Il movente, emerso con chiarezza durante le fasi processuali, era legato alla relazione che Del Grande intratteneva con una giovane di Santo Domingo: un amore osteggiato dalla famiglia, che lui stesso definì in aula come l’ostacolo insormontabile da rimuovere.
Condannato in primo grado all’ergastolo, vide la pena ridotta a trent’anni in appello grazie al riconoscimento della semi infermità mentale. Scontati oltre ventisei anni di detenzione, nel luglio del 2023 aveva ottenuto la libertà vigilata, trasferendosi in Sardegna con l’illusione – forse sincera, forse no – di ricostruirsi un’esistenza normale. Ma quella parentesi si è interrotta bruscamente quando il tribunale di sorveglianza, valutando alcuni comportamenti inadeguati, ne ha disposto il trasferimento in una struttura protetta prima a Castelfranco Emilia e successivamente ad Alba.
L’ultima fuga di novembre e la corrispondenza con i media
Non si può parlare dell’episodio odierno senza citare quanto accaduto pochi mesi fa, un precedente che aveva già acceso i riflettori sulla gestione della sua detenzione attenuata. Era il 30 ottobre 2025 quando Del Grande si allontanò dalla casa-lavoro nel Modenese, rimanendo latitante per quattordici giorni prima di essere rintracciato dai carabinieri a Cadrezzate, quasi a voler compiere un pellegrinaggio laico verso il luogo del sangue.
Durante quella latitanza, Del Grande scrisse una lettera manoscritta a un giornale locale, la stessa testata che oggi riceve forse nuovi aggiornamenti, nella quale giustificava il gesto con la disperazione per le condizioni delle case-lavoro. “Venivo trattato peggio di un detenuto”, scriveva a proposito dell’istituto modenese, paragonando quelle strutture ai vecchi ospedali psichiatrici giudiziari. “Pago ancora fortemente lo scotto del mio nome e di ciò che ho commesso”, aggiungeva in un misto di consapevolezza e autocommiserazione che non ha mai smesso di caratterizzare la sua narrazione pubblica.
La proroga della misura e la situazione giudiziaria
A rendere ancora più paradossale la vicenda è la tempistica degli eventi. Il tribunale di sorveglianza di Torino, in un’udienza tenutasi il 26 marzo, aveva appena disposto il rinnovo della misura di sicurezza per un altro anno, considerando non ancora esaurita la pericolosità sociale del soggetto. Il 12 aprile avrebbe segnato la scadenza naturale del periodo di sei mesi che Del Grande doveva trascorrere ad Alba, ma proprio in prossimità di quella data il magistrato avrebbe dovuto pronunciarsi nuovamente sul suo status.
E invece, anticipando i tempi con un gesto di sfida, l’uomo ha fatto perdere le proprie tracce. La procura generale del Piemonte, informata della situazione, aveva già espresso parere contrario all’azzeramento della misura; ora, nel caso in cui venisse rintracciato, il conto alla rovescia ricomincerebbe da capo. Le conseguenze giudiziarie sono pesanti: se catturato, Del Grande dovrebbe scontare complessivamente diciotto mesi, somma dei dodici disposti dal tribunale e dei sei che erano già in corso di esecuzione. Una prospettiva, questa, che forse aveva già messo in conto quando ha deciso di non rientrare.
Le ricerche in corso tra Piemonte e Lombardia
Gli investigatori, memori della latitanza precedente, stanno battendo principalmente due direttrici. Da un lato c’è il territorio del Cuneese, dove si trova la struttura da cui è fuggito, ma dall’altro c’è soprattutto il Varesotto, e in particolare Cadrezzate, dove l’uomo conosce ogni angolo, ogni sentiero boschivo, ogni anfratto tra il lago di Monate e le colline circostanti. Durante la fuga di novembre, si mosse con cautela utilizzando un pedalò per attraversare il lago e seminare le forze dell’ordine, dimostrando una conoscenza topografica che in pochi posseggono.
Al momento, non risultano avvistamenti certi né contatti con la cerchia familiare, anche se gli inquirenti stanno monitorando le utenze della compagna – già finita sotto inchiesta per favoreggiamento nella precedente evasione – e di alcuni conoscenti. Le immagini delle telecamere di sorveglianza intorno alla casa-lavoro di Alba sono state acquisite e sono in fase di analisi, ma al momento non hanno fornito indicazioni utili sulla direzione di fuga. Quello che appare chiaro, agli occhi di chi segue la vicenda, è che la macchina della giustizia si trovi ancora una volta a rincorrere un uomo che ha fatto della fuga una cifra stilistica della propria esistenza.




