Gas stabile a 60,3 euro e l'allarme di Oxford Economics per l'inverno
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Redazione Economia
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Si apre all'insegna della stabilità la seduta del mercato del gas naturale europeo, con il contratto future sul metano con consegna a settembre che sul principale hub di Amsterdam – il Ttf, acronimo di Title Transfer Facility, punto di scambio virtuale che funge da benchmark per le quotazioni del gas nel Vecchio continente – ha esordito a 60,3 euro al Megawattora, lo stesso livello registrato alla vigilia.
Questo avvio attorno alla parità, nelle primissime battute di contrattazione, segnala l'assenza di variazioni significative nelle aspettative del mercato sul prezzo del gas nel breve termine, nonostante il clima di incertezza che continua a circondare le forniture energetiche. Il valore di 60,3 euro per MWh, che rappresenta il costo dell'energia all'ingrosso, ha un impatto indiretto sui costi finali di famiglie e imprese, influenzando i contratti di fornitura delle società energetiche che, con tempi e modalità differenti, si riflettono poi sulle bollette.
L'incognita invernale secondo Oxford Economics
Mentre il mercato di Amsterdam mostra un momentaneo equilibrio, gli analisti di Oxford Economics – società internazionale di analisi e previsioni economiche – lanciano un allarme che sposta l'attenzione su un orizzonte temporale più lontano, mettendo in guardia dai rischi per il prossimo inverno. Secondo il loro studio, la stagione fredda che verrà potrebbe rivelarsi la più difficile dall'inverno del 2021-2022 in termini di forniture di energia, un periodo che aveva visto i prezzi del gas salire alle stelle innescando una crisi energetica senza precedenti.
Gli analisti sottolineano come si siano materializzati diversi rischi sulle forniture di gas, con scorte che si attestano su livelli storicamente bassi a pochi mesi dall'inizio della stagione fredda, una condizione che potrebbe rivelarsi critica se le temperature dovessero scendere al di sotto della media stagionale.
I fattori di rischio e lo scenario inflazionistico
A preoccupare gli analisti è un quadro complesso in cui si intrecciano diversi elementi critici, a partire dalla chiusura dello stretto di Hormuz – uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo per il trasporto di petrolio e gas – e dall'aumento delle interruzioni nella produzione norvegese di gas, fattori che potrebbero compromettere ulteriormente l'approvvigionamento.
A ciò si aggiunge il fatto che il gas naturale ha dovuto sopperire alla minor produzione idroelettrica e delle centrali nucleari, aumentando la dipendenza del continente da questa fonte. In questo scenario, Oxford Economics prevede che l'inflazione potrebbe superare il 3,5% a fine anno per mantenersi sopra il 3% nel 2027, un'impennata che darebbe fiato ai falchi della Banca Centrale Europea in tema di tassi, complicando ulteriormente il quadro economico europeo.
Il ruolo della Russia e il nodo dell'embargo
Nonostante l'Unione Europea abbia ridotto i propri consumi di gas del 15-20% negli ultimi anni, il Vecchio continente rimane fortemente legato all'andamento climatico dei mesi invernali e, come sottolineato da Oxford Economics, la Russia continua a rappresentare una variabile imprevedibile, o per usare il loro termine, un "jolly".
Mosca vale ancora circa il 15% delle importazioni europee di gas, e un eventuale nuovo taglio unilaterale delle forniture, simile a quello avvenuto tra il 2021 e il 2022, potrebbe scatenare una nuova spirale dei prezzi e far riemergere i timori per una carenza materiale di gas.
Gli analisti, pur definendo questo scenario un rischio remoto – considerando che oggi esiste un'offerta globale maggiore di gas naturale liquefatto e più terminal di importazione attivi – non escludono che l'Unione Europea possa essere costretta a valutare la sospensione dell'embargo sul gas russo.
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