Il Parlamento europeo apre ai centri per i rimpatri nei Paesi terzi, passa la linea Meloni
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Redazione Interno
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È una data destinata a segnare una cesura nelle politiche migratorie europee. L’aula di Strasburgo, con 389 voti a favore, 206 contrari e 32 astenuti, ha dato il via libera all’avvio dei negoziati sul nuovo regolamento sui rimpatri, un testo che recepisce di fatto il modello sperimentato finora dall’Italia. L’assemblea, superando le tradizionali linee di demarcazione politiche, ha così accolto la proposta che introduce gli “hub per i rimpatri” – strutture che possono essere dislocate anche al di fuori dei confini dell’Unione – rafforzando al contempo le misure per l’allontanamento dei cittadini di Paesi terzi in situazione irregolare. La votazione, che ha visto convergere il Partito Popolare Europeo con i conservatori di Ecr e i Patrioti, ha di fatto seppellito la cosiddetta maggioranza Ursula su questo dossier, certificando come l’approccio promosso da Giorgia Meloni – quello dei centri in Albania – sia diventato la nuova direttrice europea.
Il consenso raccolto attorno al testo, che ora entra nella fase decisiva dei triloghi tra Parlamento, Consiglio e Commissione, fotografa un’alleanza politica destinata a suscitare accese reazioni. La proposta, che mira a rendere più efficaci le procedure di allontanamento – un settore in cui attualmente solo una minoranza degli ordine di espulsione viene effettivamente eseguita – prevede un rafforzamento significativo degli strumenti a disposizione degli Stati membri. Tra questi, la possibilità di trattenere i migranti in attesa del rimpatrio fino a ventiquattro mesi, l’introduzione di divieti di reingresso potenzialmente a tempo indeterminato e la definizione di un concetto allargato di “Paese terzo sicuro”, che permetterebbe di respingere le domande di asilo se il richiedente avrebbe potuto chiedere protezione in una nazione extra Ue. Un aspetto, quest’ultimo, che supera la logica del transito per legare il destino della domanda a valutazioni geopolitiche più ampie.
La fase negoziale che si apre sarà determinante per limare i dettagli di un provvedimento che ha già scatenato le critiche del fronte progressista e delle organizzazioni umanitarie. Una coalizione di oltre settanta associazioni ha denunciato il rischio che la riforma apra la strada a pratiche repressive simili a quelle messe in atto dalle autorità statunitensi, con il timore che gli hub in Paesi terzi possano trasformarsi in “buchi neri” giuridici dove i diritti fondamentali rischiano di essere calpestati senza un monitoraggio adeguato. A destare preoccupazione, come sottolineato da più parti durante il dibattito, è la possibilità che le espulsioni avvengano verso nazioni con cui non esistono accordi di riammissione consolidati, fino ad arrivare a ipotizzare colloqui con entità non riconosciute a livello internazionale. Proprio sulla definizione delle garanzie per i migranti, così come sulle modalità di esecuzione delle perquisizioni per rintracciare gli irregolari, si giocheranno i prossimi mesi di confronto tra le istituzioni europee.
L’asse tra popolari e destra sovranista cambia gli equilibri a Bruxelles
L’esito della votazione rappresenta un banco di prova per la nuova architettura politica dell’Eurocamera, dove il centro-destra ha rotto il cordone sanitario per legarsi stabilmente alle formazioni di destra radicale. Se da un lato il Partito Popolare Europeo ha guidato l’operazione assieme ai gruppi di Meloni e Le Pen, dall’altro l’asse ha trovato sponde in alcune frange dei socialisti – come quelle danesi e maltesi – e in esponenti liberali, dimostrando come la spinta verso un approccio più restrittivo sull’immigrazione attraversi trasversalmente le delegazioni nazionali. Il risultato, che i sostenitori definiscono come l’inizio di una “nuova era” per i rimpatri, è stato celebrato da Fratelli d’Italia come un’investitura europea al governo guidato da Meloni, la quale aveva fortemente voluto l’esternalizzazione delle procedure come soluzione ai flussi irregolari.
I dettagli operativi del nuovo regolamento sui rimpatri
Il testo approvato in via negoziale prevede strumenti operativi di notevole impatto. Oltre all’istituzione degli hub in Paesi terzi – che richiederanno accordi bilaterali ad hoc – il regolamento introduce la possibilità di trattenere i migranti per periodi prolungati in centri situati sul territorio nazionale in attesa dell’espulsione, estendendo i termini massimi attualmente previsti. Viene inoltre modificato il principio dell’effetto sospensivo automatico dei ricorsi: in futuro, sarà il giudice a decidere caso per caso se sospendere o meno il provvedimento di allontanamento, accelerando di fatto i tempi della procedura. Non solo: il divieto di reingresso per i migranti espulsi potrà assumere carattere permanente, in particolare per coloro che vengono considerati una minaccia per la sicurezza, un cambio di paradigma rispetto alla normativa vigente che prevedeva limiti temporali ben definiti.
Le reazioni delle istituzioni e le prossime tappe legislative
Con l’approvazione della posizione negoziale da parte del Parlamento, la palla passa ora al Consiglio dell’Unione europea, attualmente presieduto dalla delegazione cipriota. I triloghi, ovvero le riunioni a tre tra Parlamento, Consiglio e Commissione, inizieranno nelle prossime settimane con l’obiettivo dichiarato di trovare un accordo in tempi rapidi, sfruttando l’ampia convergenza emersa tra i collegislatori. Mentre i sostenitori sottolineano la necessità di colmare il vuoto di efficacia nelle espulsioni, le voci critiche – in primis Verdi e Sinistra – hanno già annunciato che continueranno a battersi per introdurre misure di salvaguardia, definendo l’attuale testo una sconfitta per i diritti umani e un pericoloso precedente per il diritto d’asilo. L’iter, se non subirà intoppi, porterà a un regolamento definitivo entro la fine dell’anno, destinato a rivoluzionare le politiche di controllo delle frontiere e di allontanamento in tutti i ventisette Stati membri.




