La marina Usa ferma e sequestra la petroliera Touska nel Golfo di Oman: Teheran accusa Washington di “pirateria armata”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione nel Golfo di Oman, già resa incandescente dalle continue schermaglie per il controllo dello stretto di Hormuz, è esplosa in un nuovo episodio di forza che vede contrapposte le superpotenze. Donald Trump, ricorrendo ancora una volta al suo canale social Truth per battere il tempo, ha annunciato che la Marina militare degli Stati Uniti ha intercettato e messo fuori uso la sala macchine di una nave cargo battente bandiera iraniana, la Touska, prendendone infine il pieno controllo. Secondo la ricostruzione fornita dal presidente americano, il gigantesco mercantile (quasi lungo quanto una portaerei stando ai dati divulgati) avrebbe tentato di forzare il blocco navale imposto da Washington nelle acque internazionali, ignorando gli avvertimenti provenienti da un cacciatorpediniere lanciamissili prima di essere fermato con un colpo preciso che ne ha neutralizzato la propulsione. Video diffusi dal Pentagono mostrano il momento dell’interdizione, con i marines che, dopo aver abbordato lo scafo, ne hanno ufficialmente preso possesso mentre l’equipaggio veniva messo in condizione di non opporre resistenza.

Il veto di Teheran e lo stallo negoziale di Islamabad

Proprio mentre il destino della Touska si consumava nel Golfo, sul fronte diplomatico le ombre si facevano sempre più fitte, minando alla base le speranze di una distensione. L’Iran, attraverso i propri canali ufficiali, ha infatti comunicato di non avere al momento alcuna intenzione di partecipare al secondo round di colloqui che avrebbero dovuto tenersi a Islamabad, gettando nel caos il programma di mediazione curato dal Pakistan. La delegazione americana, con a capo il vicepresidente J.D. Vance, si era già preparata a raggiungere la capitale pachistana per tentare di prolungare la tregua di due settimane, in scadenza proprio il 22 aprile, ma l’atteggiamento iraniano è apparso subito intransigente. Fonti vicine ai dossier di sicurezza hanno rivelato come Teheran consideri le aperture di Trump con estremo sospetto, quasi fossero una cortina fumogenola studiata per mascherare un imminente attacco militare a sorpresa; una lettura, questa, che ha trovato conferma nelle parole del ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, il quale ha accusato gli Stati Uniti di non essere seri nel perseguire una soluzione diplomatica, citando proprio l’abbordaggio della Touska come una palese violazione dello spirito della tregua.

Hormuz come campo di battaglia e le accuse incrociate

Il vero nodo della discordia, però, rimane lo stretto di Hormuz, quel minuscolo ma vitale collo di bottiglia attraverso cui transita una fetta consistente del petrolio mondiale. Da sabato, le autorità di Teheran ne hanno imposto un blocco totale, subordinando la riapertura esclusivamente allo smantellamento del muro navale eretto dagli Stati Uniti. È in questo contesto di sfida aperta che si inserisce la cattura della Touska: gli americani sostengono che la nave cercasse di forzare il blocco, mentre per i Guardiani della Rivoluzione islamica si è trattato di un atto di “pirateria armata” contro una nave commerciale. La stampa iraniana ha anzi rilanciato una versione diametralmente opposta degli eventi, sostenendo che le forze di spedizione americane siano state costrette a ritirarsi dopo essere state prese di mira da droni e dopo l’intervento tempestivo delle proprie unità navali. Quello che appare certo, al netto della propaganda bellica, è che il cessate il fuoco concordato il mese scorso appare ormai ridotto a un ricordo, se non addirittura a una finzione utile a entrambi gli schieramenti per riposizionare le proprie pedine.

Le condizioni iraniane e lo spettro di una nuova escalation

A complicare ulteriormente il quadro, già saturo di navi da guerra e minacce reciproche, ci hanno pensato le dichiarazioni della massima guida militare iraniana. Quest’ultima ha avvertito che la risposta alla confisca della petroliera sarà “imminente”, utilizzando un lessico che non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. Dal canto suo, il presidente Masoud Pezeshkian, pur ribadendo a parole la necessità di esaurire “tutte le vie diplomatiche e razionali” per ridurre le frizioni, ha sottolineato come la diffidenza verso Washington debba rimanere una costante in qualsiasi interazione futura. Sul piatto dei negoziati, che al momento sono congelati, restano questioni spinose come il programma nucleare e lo stallo in Libano, dove la tregua fatica a decollare. Con la finestra della tregua che si chiuderà tra pochissimi giorni, e con Hormuz che rimane un’area off-limits per il traffico internazionale, la sensazione è che il conto alla rovescia per una ripresa delle ostilità sia già scattato, in attesa di vedere se la cattura della Touska rimarrà un episodio a sé stante o diventerà la scintilla di un nuovo, devastante round del conflitto.

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