Usa, blitz navale nel Golfo dell’Oman: sequestrata la cargo iraniana Touska. Teheran: “Nessun nuovo round”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione tra Washington e Teheran, già altissima dopo le ultime settimane di conflitto, ha trovato ieri un nuovo, improvviso epicentro nelle acque del Golfo dell’Oman. Gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione militare mirata che ha portato al sequestro di una nave cargo battente bandiera iraniana, la Touska; l’annuncio, come ormai consuetudine per le questioni di sicurezza più spinose, è arrivato direttamente dal presidente Donald Trump attraverso il suo social network, Truth.

Secondo la ricostruzione fornita dalla Casa Bianca – seppur filtrata dai toni taglienti del presidente – la Touska, un’imbarcazione di dimensioni ragguardevoli (quasi 900 piedi di lunghezza, paragonabile a una portaerei), avrebbe tentato di forzare il blocco navale imposto dalla marina americana nell’area. «Hanno ricevuto un chiaro avvertimento di fermarsi – ha scritto Trump – ma l’equipaggio iraniano ha rifiutato di ascoltare». A quel punto, il cacciatorpediniere statunitense ha aperto il fuoco, centrando la sala macchine; il colpo ha letteralmente fermato l’imbarcazione sul posto, consentendo poi ai marines di assumere il pieno controllo dello scafo, che si trova ora sotto la custodia degli Stati Uniti.

Le reazioni e le ripercussioni sul fronte diplomatico

Mentre l’episodio armato faceva il giro del mondo, una parallela crisi investiva i fragili canali diplomatici aperti nelle scorse settimane. L’amministrazione americana sembrava intenzionata a proseguire il dialogo, tanto che si parlava di un secondo round negoziale a Islamabad. Eppure, dalla capitale iraniana è arrivata una secca smentita che ha gelato ogni entusiasmo. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, è stato chiaro in conferenza stampa: «In questo preciso momento in cui parlo, non abbiamo alcun piano per il prossimo round di negoziati».

Una presa di posizione, questa, che va oltre la semplice tattica dilatoria. Le agenzie di stampa iraniane, citate da fonti come IRNA, hanno definito «non vere» le voci di un imminente tavolo di pace, sottolineando come le continue restrizioni portuali e le «richieste eccessive» americane rendano al momento impossibile qualsiasi intesa. Dietro il rifiuto ufficiale, insomma, si cela la convinzione – ampiamente diffusa negli ambienti politici di Teheran – che le dichiarazioni distensive di Trump possano essere solo una copertura per preparare un attacco a sorpresa.

Il nodo di Hormuz e il congelamento delle trattative

A complicare ulteriormente il quadro, si aggiunge lo stallo strategico sullo Stretto di Hormuz, un passaggio nevralgico per l’economia globale (si stima che vi transiti circa un quinto del petrolio mondiale). Dopo un iniziale momentaneo disgelo legato alla tregua in Libano, le acque si sono nuovamente raffreddate. L’Iran, attraverso i vertici delle Guardie Rivoluzionarie, ha ribadito che finché persisterà il blocco navale Usa – che di fatto strangola le esportazioni iraniane – lo Stretto resterà di fatto interdetto o sotto stretto controllo militare.

La situazione, dunque, rimane di stallo totale. Teheran non solo ha ridimensionato le aspettative su un nuovo round a Islamabad, ma ha sollevato pubblicamente il sospetto che l’obiettivo reale di Washington non sia affatto la pace. «Non possiamo dimenticare la cattiva fede e i crimini atroci commessi in questa guerra», ha tuonato di recente un alto funzionario iraniano, respingendo al mittente le aperture americane. Per ora, il cargo Touska resta sotto sequestro, mentre le diplomazie parallele sembrano essersi arenate sugli scogli della reciproca diffidenza.

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