Patriot all'Ucraina, il nodo di Trump e l'offensiva russa che non si ferma

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Una promessa che sembrava fatta e invece resta sospesa, un'offensiva aerea che ha seminato morte tra i civili e la violazione dello spazio aereo di un paese Nato: la notte tra mercoledì e giovedì ha segnato un’escalation drammatica nel conflitto ucraino, mentre sul fronte diplomatico americano si registra un’incertezza che pesa come un macigno sulle prospettive di Kiev.

Al centro della partita, la concessione o meno all'Ucraina della licenza per produrre in proprio i missili intercettori del sistema Patriot, una delle richieste più insistenti del presidente Volodymyr Zelensky per arginare la pioggia di missili balistici russi.

Trump e il rebus della licenza Patriot

A gettare ombre sulla decisione, che molti davano per imminente dopo un'intervista al Financial Times di fine luglio, è stato lo stesso presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. In un colloquio telefonico con il giornale britannico, il tycoon si è detto «incerto» sulla possibilità di concedere a Kiev il via libera per la fabbricazione dei sofisticati intercettori, aggiungendo che la questione è «al vaglio».

Una dichiarazione che, di fatto, ha raffreddato gli entusiasmi della vigilia e che, secondo l'analista Giorgio Cuzzelli, docente di Sicurezza e studi strategici all'università Lumsa di Roma, rappresenterebbe una sorta di «inversione di rotta di 180 gradi» rispetto alle dichiarazioni di qualche mese fa.

Il motivo di questo cambio di passo, spiega Cuzzelli, risiederebbe nella consapevolezza maturata da Trump che Vladimir Putin non è un interlocutore affidabile quando si tratta di costruire un percorso di pace per l'Ucraina, un giudizio che avrebbe indotto il presidente americano a rivedere le proprie posizioni.

Tuttavia, le parole di Trump restano caute: «Dobbiamo stare un po' attenti a chi concediamo la licenza», ha dichiarato, sottolineando la delicatezza di un'arma definita «straordinaria» e che, per la sua complessità tecnologica, non viene semplicemente concessa in licenza come un prodotto qualunque, ma richiede un controllo stringente su chi la produce e come la utilizza.

La strage di Radushne e l'accusa a Pyongyang

Mentre la Casa Bianca temporeggia, sul terreno la Russia continua a martellare le città ucraine con una violenza che non accenna a diminuire. Nelle ultime ore, un massiccio attacco con missili e droni ha preso di mira diverse regioni, da Kiev a Leopoli, fino a Dnipro e Ivano-Frankivsk, causando almeno otto vittime e decine di feriti. Il bilancio più pesante si registra nel villaggio di Radushne, vicino a Kryvyi Rih, dove un missile ha centrato un'abitazione uccidendo tre bambini e tre adulti, una strage che ha scosso l'opinione pubblica.

Il presidente Zelensky, in un messaggio serale, ha dichiarato che secondo i primi elementi raccolti, per colpire quel villaggio la Russia avrebbe utilizzato un missile balistico nordcoreano, un'arma che denota un'alleanza sempre più stretta tra Mosca e il regime di Pyongyang, finalizzata a colpire al cuore le difese e la popolazione ucraina. L'accusa, se confermata, rappresenterebbe un ulteriore passo verso un'integrazione bellica tra i due paesi, già sospettati di scambi di munizioni e tecnologie.

L'Unicef Italia, attraverso il portavoce Andrea Iacomini, ha espresso profondo cordoglio per l'ennesima tragedia che colpisce i più piccoli, ricordando che gli attacchi non risparmiano mai le fasce più deboli della popolazione. In tutto il paese, le squadre di soccorso sono al lavoro per cercare superstiti tra le macerie, mentre il presidente ucraino ha dichiarato il lutto nazionale in alcune delle regioni più colpite.

La violazione dello spazio aereo polacco e la reazione della Nato

L'attacco russo non ha però colpito solo il territorio ucraino. Uno dei missili lanciati ha violato lo spazio aereo della Polonia, paese membro della Nato, schiantandosi in un'area disabitata vicino a Lublino, a circa 95 chilometri dal confine con l'Ucraina. L'impatto ha provocato un'esplosione e un cratere di dieci metri di diametro, lasciando intendere la potenza del proiettile.

Il premier polacco Donald Tusk ha immediatamente convocato il comitato di crisi, mentre la Nato ha attivato i protocolli di difesa, facendo decollare due caccia F-16 polacchi e altri mezzi di sorveglianza per monitorare l'incidente. Il colonnello Martin O'Donnell, portavoce del comando supremo alleato in Europa (Shape), ha dichiarato che l'Alleanza segue la vicenda in «stretta collaborazione» con le autorità polacche e che «continuerà ad adottare tutte le misure necessarie per difendere il territorio Nato».

Si tratta di un episodio che riaccende le tensioni e che potrebbe avere pesanti conseguenze sul piano diplomatico, alimentando il dibattito sull'opportunità di fornire a Kiev più strumenti per difendersi e per impedire che i missili russi oltrepassino i confini degli stati membri.

Un'autorizzazione a metà e la risposta di Zelensky

L'incertezza di Trump arriva a poche settimane di distanza da un vertice Nato ad Ankara, dove il presidente americano aveva invece mostrato un atteggiamento più possibilista, assicurando a Zelensky che gli Stati Uniti avrebbero concesso la licenza per la produzione dei Patriot «perché non si possa lamentare che non gliene stiamo dando abbastanza».

Una svolta che aveva alimentato le speranze di Kiev, con lo stesso Zelensky che, dopo un incontro alla Casa Bianca, aveva dichiarato che Trump «aveva accettato di concederci le licenze» e che erano già stati avviati contatti con i rappresentanti della produzione, i colossi Lockheed Martin e Raytheon. Le ultime dichiarazioni del presidente americano, che invece ha ribadito di concentrarsi non sui missili ma sul porre fine alla guerra («Non stiamo cercando missili. Stiamo cercando la pace»), gettano però un'ombra su questo percorso.

Il presidente Zelensky, dal canto suo, ha rinnovato l'appello agli alleati, sottolineando che l'Ucraina si trova ad affrontare una «carenza critica di missili per la difesa aerea da parte dei suoi partner» e che la difesa dai missili balistici è la priorità assoluta per fermare il «terrore russo».

Nel frattempo, mentre la diplomazia internazionale cerca di districarsi tra le contraddizioni dell'amministrazione americana, i raid russi proseguono ininterrotti, mettendo a dura prova le residue capacità di difesa aerea ucraina e la tenuta psicologica di un'intera nazione, sempre più stretta nella morsa di una guerra che non sembra conoscere vie d'uscita facili.

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