Luc Besson racconta il suo Dracula, un dandy romantico segnato da un amore eterno
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Alla Festa del Cinema di Roma, Luc Besson ha presentato la sua personale rilettura del Conte Dracula, una figura che, strappandola alle tenebre del genere horror, viene restituita allo spettatore nelle vesti di un dandy coraggioso e di un amante romantico. Il suo film, dal titolo "Dracula. L'amore perduto", che approderà nelle sale italiane, affida a Caleb Landry Jones i panni del principe Vladimir, il cui destino viene irrevocabilmente segnato dalla perdita della moglie Elisabeta, interpretata da Zoe Bleu. È proprio questo lutto, che spinge Vlad a rinnegare la fede in Dio, a scatenare la maledizione che lo trasformerà in un vampiro, condannandolo a un'esistenza eterna. Besson, il quale ha apertamente dichiarato la sua avversione per gli horror a favore delle storie romantiche, opera così una riscrittura radicale del mito, spostando l'asse narrativo dalla paura del soprannaturale alla tragedia di un sentimento che sfida il tempo e la morte stessa.
Una tragedia romantica che riscrive il mito
La pellicola, il cui titolo originale "Dracula – A Love Tale" sottolinea con decisione l'impronta sentimentale voluta dal regista, si sviluppa come una tragedia romantica dove l'elemento gotico diventa lo sfondo di una devozione amorosa che attraversa i secoli. Dopo il prologo che ne sancisce l'origine maledetta, la storia si dipana tra Parigi e Londra, dove Vlad riconosce in Mina la reincarnazione della sua amata perduta. L'inseguimento di questa figura femminile, che per lui rappresenta l'unica possibilità di riscatto, è condotto con una tale dedizione da trasformare il materiale di partenza, togliendone quasi del tutto le connotazioni di horror classico. Il sangue, elemento fondante del vampiro tradizionale, lascia il posto a un desiderio struggente, a una ricerca che ha come unico obiettivo il ricongiungimento con ciò che è andato perduto per sempre.
La scelta di un'angolazione personale e dichiarata
Con questa opera, Besson compie una scelta registica molto precisa e dichiarata, optando per un'angolazione profondamente personale che mira a mostrare Dracula non come l'incarnazione del male o della paura, bensì come un amante maledetto. La sua condanna all'immortalità non è un potere da esercitare, ma il fardello di un dolore originario che non può trovare pace. Il principe Vladimir, in questa versione, viene descritto come una sorta di Casanova raffinato, la cui eleganza e il cui portamento da dandy servono a mascherare una sofferenza infinita. Il regista francese, tornando così al grande racconto mitico, concentra l'intera narrazione sulla forza di un sentimento capace di sfidare persino la fede, costruendo un dramma i cui toni sono più vicini a una poesia malinconica che a un racconto del brivido.
Il fascino persistente di un personaggio senza tempo
La riproposizione del personaggio creato da Bram Stoker nel 1897, che arriva dopo altre recenti interpretazioni come quella di Robert Eggers, dimostra come la figura di Dracula mantenga un fascino indubbio e versatile per il cinema contemporaneo. La spiegazione di Besson per questo ritorno al "non morto" risiede interamente nella componente romantica che ha voluto esplorare e portare in primo piano. Il suo film, quindi, si propone non come un'ulteriore variazione sul tema della sete di sangue, bensì come una meditazione sull'amore e sulla perdita, dove la maledizione del vampiro diventa la metafora di un lutto impossibile da superare. Il principe, la cui eleganza è pari solo al suo coraggio, diventa così l'emblema di una fedeltà che persiste oltre la fine della vita stessa.




