Pesaro, la “dieta n. 7” a base di psicofarmaci e ormoni tiroidei: un caso solleva interrogativi sulla prescrizione “off label”
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Redazione Salute
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L’approccio alla perdita di peso, quando si trasforma nella ricerca di una scorciatoia farmacologica piuttosto che in un percorso nutrizionale strutturato, può celare insidie cliniche di non poco conto e, talvolta, veri e propri azzardi terapeutici. Una recente inchiesta giornalistica ha portato alla luce la prassi di un medico 72enne, con ambulatori non solo nelle Marche, a Pesaro e nella provincia di Ancona, ma anche in Umbria, il quale avrebbe impostato un regime dimagrante che poco ha a che vedere con la dietologia tradizionale. Al centro della vicenda, che ha immediatamente sollevato più di un dubbio tra gli addetti ai lavori, vi è il cosiddetto “piano n. 7” consegnato a una paziente: un foglio che affianca a una dieta ipocalorica quella che viene definita una “terapia farmacologica – posologia”, un vero e proprio cocktail di sostanze attive.
Il documento, stando a quanto ricostruito, prescriverebbe l’assunzione di antidepressivi come la fluoxetina, il ben noto Prozac, e ansiolitici quali l’alprazolam, commercialmente noto come Xanax. A questi si aggiungono un diuretico e, particolare che ha destato maggiore stupore, un preparato galenico a base di ormoni tiroidei in polvere. L’idea di fondo, come spesso accade in certe pratiche al limite, sarebbe quella di “spingere” il metabolismo utilizzando la tiroxina anche in pazienti la cui tiroide, di fatto, funziona già perfettamente, in un’ottica che alcuni medici interpellati non esitano a definire una forzatura clinica.
L’allarme dell’Ordine e il parere dei medici: una pratica che viola il codice etico
Sulla vicenda è intervenuto con parole chiare il dottor Paolo Maria Battistini, presidente provinciale dell’Ordine dei medici, il quale ha messo in guardia dalle scorciatoie per dimagrire che stanno prendendo piede, purtroppo, anche tra operatori sanitari non medici. La prassi di utilizzare psicofarmaci o preparazioni galeniche come presunti acceleratori metabolici, infatti, rappresenta un cortocircuito professionale che rischia di violare il codice deontologico. Non si tratta di curare una patologia, ma di “creare un problema dove prima non c’era”, come efficacemente sintetizzato da Riccardo Olmeda, storico medico di famiglia pesarese. La sua è una posizione netta: gli ansiolitici e gli antidepressivi, lo ribadisce con forza, hanno indicazioni precise e vanno impiegati per patologie clinicamente rilevanti, non certo per rispondere alla richiesta, magari dettata dal desiderio estetico, di perdere qualche chilo.
L’uso di questi farmaci al di fuori delle indicazioni autorizzate, il cosiddetto impiego “off-label”, non è di per sé illegale se rispetta i dettami della legge 94/98 (la cosiddetta legge Di Bella), che ne consente la prescrizione solo in presenza di un consenso informato del paziente e purché l’efficacia e la sicurezza siano supportate dalla letteratura scientifica internazionale. Tuttavia, la comunità scientifica ha più volte messo in guardia sui rischi di queste politerapie. L’Istituto Superiore di Sanità e l’AIFA hanno sottolineato in passato come l’associazione di più principi attivi a scopo dimagrante aumenti esponenzialmente i rischi di reazioni avverse e interazioni, rendendo il rapporto beneficio-rischio inevitabilmente sfavorevole in assenza di solide evidenze.
Il precedente giurisprudenziale: quando la “cura” diventa reato
La pratica descritta non rappresenta purtroppo un unicum nel panorama italiano e richiama alla mente casi recenti che hanno avuto conseguenze penali. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 10658 del 2024, ha stabilito un principio cardine in materia: il farmacista (e, a maggior ragione, il medico) che somministra farmaci “off label” per il dimagrimento senza un’adeguata valutazione clinica e senza ricetta, risponde del reato di lesioni personali colpose qualora l’assunzione provochi danni alla salute.
Nel caso giudicato, una paziente che si era rivolta a un farmacista-dietologo per perdere peso aveva riportato conseguenze gravissime: squilibri elettrolitici, paralisi agli arti e interruzione del ciclo mestruale a causa di un mix di sostanze tossiche. Nel caso di Pesaro, la paziente è uscita dallo studio in meno di un’ora con sei ricette in mano, tra cui due prescrizioni per Xanax (una delle quali post-datata), una per Prozac e una per la “tiroide in polvere”. Una combinazione che, se da un lato mira a inibire l’appetito e ad aumentare il dispendio energetico, dall’altro espone l’organismo a rischi non trascurabili: le interazioni tra ansiolitici e antidepressivi possono provocare eccessiva sonnolenza, mentre l’aggiunta di ormoni tiroidei in soggetti sani può portare a tachicardia, ansia e, nel lungo periodo, a complicanze cardiache anche serie.
La posologia come unico imperativo: la normalizzazione del farmaco
Ciò che colpisce del racconto è la naturalezza con cui, al termine di una visita di neanche un’ora, ci si veda recapitare un piano che affianca al menu giornaliero una tabella oraria per l’assunzione di psicofarmaci. “Ansiolitici a colazione e attenti a non sgarrare” sembra essere il monito implicito di una pratica che medicalizza il disagio estetico trasformandolo in una patologia da trattare con il farmaco. La “dieta n. 7” diventa così l’emblema di un approccio che inverte la rotta: invece di correggere lo stile di vita attraverso l’educazione alimentare, si interviene sul sistema nervoso centrale e sul metabolismo con molecole potentissime.
Il Ministero della Salute, peraltro, ha più volte aggiornato nel corso degli anni la lista delle sostanze vietate nelle preparazioni galeniche a scopo dimagrante. Con decreti successivi, sono state messe al bando molecole come la sertralina, la fluvoxamina e, da ultimo, la paroxetina, proprio perché utilizzate impropriamente per le loro proprietà accessorie. Il caso emerso a Pesaro, con la prescrizione di fluoxetina e alprazolam, riapre il dibattito su quanto sia ancora diffusa, tra alcuni professionisti, la tentazione di piegare la terapia farmacologica a fini estetici, dimenticando che la salute non si misura solo in chili persi, ma nell’integrità complessiva dell’organismo.




