Il prosciutto cotto e la cancerogenicità: una classificazione che risale a dieci anni fa

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La riemersione del dibattito sul prosciutto cotto classificato come cancerogeno, che in questi giorni ha riacceso allarmismi e discussioni soprattutto sui social network, affonda le sue radici in una valutazione scientifica di lungo corso. Già nel 2015, infatti, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), organismo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, aveva inserito le carni lavorate nel cosiddetto Gruppo 1, quello riservato agli agenti per i quali esiste una sufficiente evidenza di cancerogenicità per l’uomo. Tale classificazione, che non è mai stata rivista in senso meno stringente, riguarda non soltanto il prosciutto cotto – il cui nome è tornato prepotentemente alla ribalta – ma l’intera categoria degli insaccati e delle carni conservate mediante processi di salatura, affumicatura, o attraverso l’aggiunta di conservanti come nitriti e nitrati, i quali, durante la digestione, possono formare composti noti per la loro pericolosità.

Il significato della classificazione IARC

È fondamentale, per una comprensione non distorta del rischio, chiarire che l’inserimento nel Gruppo 1 da parte della IARC non stabilisce un livello di pericolosità quantitativo, bensì qualitativo. In altre parole, l’agenzia valuta la forza delle prove scientifiche a sostegno di un nesso causale, non la potenza dell’agente nel provocare la malattia. È per questo motivo che nella stessa categoria convivono sostanze come il fumo di sigaretta, l’amianto e, appunto, le carni lavorate: per tutte esiste un legame accertato con l’insorgenza di alcune forme tumorali, sebbene i meccanismi e l’entità del rischio siano estremamente diversi. Nel caso specifico delle carni trasformate, le prove più solide riguardano il tumore del colon-retto, per il quale il consumo eccessivo e regolare rappresenta un fattore di rischio consolidato.

La lista degli agenti cancerogeni e il contesto del consumo

Attualmente, sono 126 gli agenti – che includono sostanze chimiche, mixture, ma anche abitudini e fattori di esposizione professionale – classificati nel Gruppo 1 dalla IARC. La presenza del prosciutto cotto in questo elenco, se da un lato fornisce un’indicazione di salute pubblica chiara, dall’altro non deve tradursi in un divieto assoluto, bensì in una consapevole moderazione. Gli studi epidemiologici, sui quali si basa la valutazione, indicano che il rischio aumenta proporzionalmente alla quantità e alla frequenza di consumo: un dato che suggerisce come l’occasionalità dell’assunzione riduca drasticamente l’esposizione al pericolo, permettendo di conciliare tradizioni alimentari e scelte di salute. Diversi Paesi, tra l’altro, stanno valutando o hanno già implementato normative più restrittive sull’uso di additivi a base di nitriti nelle carni, una delle vie d’indagine più promettenti per mitigare il rischio.

La comunicazione del rischio tra scienza e allarmismo

Il ciclico riaccendersi del dibattito attorno a questo tema – come dimostrano le recenti ondate di discussione – evidenzia una criticità nella comunicazione scientifica verso il grande pubblico. La distanza, spesso notevole, tra la complessità di una monografia IARC e la semplificazione che avviene nella divulgazione, talvolta amplificata dai toni sensazionalistici dei social media, rischia di generare confusione o, all’opposto, un’ingiustificata sottovalutazione. La sfida, per chi informa, risiede nel tradurre con rigore il concetto di “cancerogeno accertato” senza omettere le indispensabili precisazioni sul contesto d’uso e sulla gradazione del rischio, che è cosa ben diversa dal pericolo assoluto. Resta il fatto che la classificazione, ormai decennale, costituisce un solido punto di riferimento per le politiche sanitarie e per le scelte alimentari individuali, basate su un principio di precauzione che la scienza continua a corroborare.

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