Puzza di pizza a Portici, carabiniere citato in giudizio per violenza privata

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il cartello apparso sulla saracinesca abbassata, quello con la scritta “chiusi temporaneamente per puzza di pizza”, aveva trasformato una vicenda di ordinaria amministrazione in un caso nazionale già agli inizi del 2025. Oggi, però, la storia della “Danese Pizzeria” di via Libertà a Portici, nel Napoletano, abbandona definitivamente il piano della semplice cronaca locale o della polemica politica per approdare dinanzi a un giudice. La Procura di Napoli, al termine delle indagini preliminari, ha infatti disposto la citazione in giudizio di un carabiniere, accusato di tentata violenza privata continuata nei confronti dei due titolari dell’attività.

Secondo quanto ricostruito dal pubblico ministero Immacolata Sica, che ha coordinato il fascicolo, il militare avrebbe sfruttato la propria divisa come strumento di pressione psicologica. L’ipotesi accusatoria – suffragata dalle indagini – descrive un vero e proprio stillicidio di minacce che si sarebbe protratto senza sosta per quasi tre anni, a partire dall’ottobre del 2022 fino al settembre del 2025. Non si è trattato, quindi, di un episodio isolato, ma di una condotta sistematica finalizzata a costringere i gestori (una coppia di imprenditori che aveva investito i propri risparmi e un finanziamento pubblico nel progetto “Resto al Sud”) a cessare l’attività.

L’elemento che rende singolare la vicenda è il movente che la Procura attribuisce all’indagato. Lontano da personali rancori economici, il carabiniere – che secondo alcune ricostruzioni della stampa locale sarebbe residente nello stesso condominio del locale – avrebbe agito spinto dalla contestazione delle “percezioni olfattive moleste”. Era stata proprio questa la motivazione ufficiale che, nel gennaio del 2025, portò l’Asl a disporre la chiusura temporanea della pizzeria, un provvedimento che i titolari avevano ironicamente ribattezzato con il celebre cartello.

La “guerra” dichiarata ai gestori e l’abuso della divisa

Il registro asciutto degli atti giudiziari lascia emergere un clima di tensione asfissiante. Il rappresentante dell’Arma, secondo quanto si legge negli atti d’accusa, non si sarebbe limitato a segnalare presunti disagi, ma avrebbe personalmente intimato ai titolari di rimuovere la canna fumaria e di abbassare la serranda. Per rendere più credibile l’intimidazione, l’uomo avrebbe fatto leva sulla propria appartenenza alle forze dell’ordine, ricordando loro il potere che questo status gli conferiva. In alcuni frangenti, avrebbe addirittura paventato l’invio di colleghi per accertamenti mirati, fino a dichiarare apertamente che la sua “guerra” contro la pizzeria doveva ancora cominciare.

Nonostante la pressione costante e la paura, la coppia di imprenditori, assistita dall’avvocato Maurizio Capozzo, non ha ceduto. Anzi, ha deciso di ribaltare la situazione raccogliendo le prove delle intimidazioni e depositando querela. A complicare ulteriormente il quadro, va ricordato che la chiusura disposta dall’Asl in quel gennaio del 2025 aveva già scatenato un vivace scontro politico; da un lato l’allora sindaco Vincenzo Cuomo (schierato per la riapertura immediata), dall’altro Carmela Rescigno, all’epoca presidente della commissione regionale anticamorra, che chiedeva invece di fare luce sulla vicenda.

Udienza predibattimentale fissata per settembre

Il procedimento, che vede indagato per tentata violenza privata un militare della locale stazione, entra ora nel vivo della fase processuale. Gli inquirenti hanno accertato che le pressioni per far abbassare la saracinesca non si sono arrestate nemmeno dopo l’intervento delle istituzioni locali. L’udienza predibattimentale è già stata calendarizzata: il prossimo 17 settembre il carabiniere comparirà dinanzi al gip del tribunale di Napoli per discutere la propria posizione.

La vicenda della pizzeria di Portici rappresenta un caso emblematico di come un conflitto condominiale legato agli odori della ristorazione possa degenerare in ipotesi di reato quando a parlare non è il semplice cittadino, ma chi – secondo l’accusa – indossa una divisa per dare forza a parole che altrimenti sarebbero rimaste vuote. L’esito del giudizio chiarirà se vi sia stato effettivamente un abuso della qualifica o se, come sosterrà la difesa, si sia trattato di un acceso contenzioso tra vicini.

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