Il digiuno del Barcellona in Champions si allunga a undici anni: l’Atletico Madrid diventa la bestia nera di Flick
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Redazione Sport
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La notte del Metropolitano ha consegnato l’ennesima, dolorosa conferma per il Barcellona: il digiuno dalla coppa dalle grandi orecchie, iniziato dopo il trionfo di Berlino del 2015, si allunga ora a undici lunghi anni, un’astinenza che pesa come un macigno sulla storia recente del club. Non è bastata, ai blaugrana, la prova di carattere messa in mostra nel ritorno dei quarti di finale – un 2-1 che profumava di rimonta – per ribaltare il 2-0 subito tra le mura amiche del Camp Nou. L’analisi a freddo, quella che arriva dalle voci autorevoli del mondo del calcio, è impietosa: secondo il telecronista Callegari, citato nei giorni successivi all’eliminazione, esisterebbe una sorta di nemesi storica in questa sfida, una “criptonite” che porta il nome e il cognome di Diego Pablo Simeone e che sembra neutralizzare qualsiasi strategia del tecnico tedesco Hansi Flick.
La maledizione dei tre confronti e le parole di Gavi
I numeri, in questo caso, raccontano una ricorrenza statistica difficile da ignorare: per la terza volta nella sua storia, il Barcellona incrocia l’Atletico Madrid in una fase a eliminazione diretta della Champions League e, per la terza volta, è costretto a salutare la competizione proprio per mano dei Colchoneros. Un dato, quest’ultimo, che amplifica la frustrazione nello spogliatoio catalano, dove l’eliminazione è stata vissuta come un vero e proprio pugno nello stomaco. Il giovane centrocampista Gavi, lasciando il campo, non ha usato mezzi termini per descrivere la sensazione di impotenza che ha accompagnato la squadra nel momento del verdetto finale. “Questa eliminazione fa male – ha dichiarato il classe 2005 ai microfoni di TNT Sports Mexico – perché siamo molto più forti dell’Atletico Madrid”. La sua analisi, cruda e sincera, si è spinta oltre la semplice constatazione tecnica: “Oggi ce li siamo mangiati a colazione, li abbiamo dominati per tutta la partita”. Il rammarico, nelle sue parole, è palpabile e si concretizza nella consapevolezza che, in una competizione dove i dettagli diventano spietati, la supremazia territoriale o il possesso palla contano fino a un certo punto: “Arrivano una volta, segnano – ha aggiunto riferendosi agli avversari – e lì l’eliminazione si complica”.
L’analisi di Flick e la gestione della delusione
Dall’altra parte, a gestire la delusione di una piazza esigente come quella catalana, c’è il tecnico Hansi Flick, il quale ha scelto una linea prudente ma ferma per commentare l’addio alla coppa. Consapevole dell’amarezza dei tifosi e dei suoi stessi collaboratori – un sentimento che ha definito “normale” in queste circostanze – l’allenatore ha preferito guardare al bicchiere mezzo pieno, sottolineando la giovanissima età della rosa a sua disposizione. “Siamo sulla strada giusta per vincere la Champions – ha affermato Flick – e anche noi avremmo meritato di andare in semifinale”. Una dichiarazione che suona come un voto di fiducia verso un progetto che, nonostante l’ennesima batosta europea, ha mostrato lampi di gioco brillante e grande talento individuale. La sua gestione, improntata alla tranquillità, mira a trasformare la delusione immediata in carburante per il futuro, anche se il tempo stringe e l’asticella della competizione, con avversari come il Real Madrid o il Paris Saint-Germain sempre in agguato, resta altissima.
La rivalità e la dialettica da sfottò social
A impreziosire il copione della doppia sfida, come spesso accade quando il calcio sconfina nel puro antagonismo culturale, ci ha pensato la rivalità feroce tra i due club, una contrapposizione che non si esaurisce nei novanta minuti regolamentari ma si alimenta di battute, polemiche e gesti simbolici. L’Atletico Madrid, forte del passaggio del turno, ha subito alimentato il fuoco incrociato con una provocazione social diventata virale. Il bersaglio designato è stato la giovane stella Lamine Yamal, inquadrato in un’immagine con occhiali e cuffie, un chiaro riferimento – secondo i tifosi – alla presunta “cecità” arbitrale o alla mancata percezione della superiorità avversaria da parte dei giocatori del Barcellona. Uno sfottò che ha messo in luce come la tensione accumulata nelle partite di andata e ritorno (2-0 per i Colchoneros a Barcellona e 1-2 per i blaugrana a Madrid) continui a ribollire anche a giochi conclusi. E se il campo ha detto che il Barcellona ha vinto la battaglia del ritorno ma perso la guerra, fuori dal campo è l’Atletico a godersi il momento, consapevole di aver eliminato una delle favorite alla vigilia.
La bestia nera Simeone
Se si prova a cercare un filo conduttore che leghi le ultime, brucianti eliminazioni del Barcellona dalla massima competizione europea, il nome di Diego Simeone emerge con prepotenza. L’argentino, con la sua miscela esplosiva di grinta tattica e pragmatica, sembra aver ipotecato un primato singolare: quello di essere l’incubo ricorrente per i tecnici blaugrana, e in particolare per Flick. La definizione di “criptonite”, utilizzata da Callegari, calza a pennello per descrivere un rapporto di forza psicologico che sembra prescindere dal valore delle rose. L’Atletico, pur giocando una partita di sofferenza al Metropolitano, ha trovato il gol decisivo con Ademola Lookman in un momento cruciale, dimostrando quella capacità di soffrire e colpire al momento giusto che ha sempre contraddistinto le squadre del “Cholo”. Per il Barcellona, che nella gara di ritorno aveva schierato una formazione offensiva con Yamal e Ferran Torres subito a segno, si ripropone il solito, amaro copione: dominare per larghi tratti, ma uscire sconfitti nello scontro diretto, inchinandosi ancora una volta a un avversario che sembra averli presi in ostaggio.




