La notte dei volantini fantasma e il boato globale: la contestazione a Cairo si fa muta ma arriva fino al New York Times
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Redazione Sport
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C'è un filo sottile, eppure resistentissimo, che lega il letame sparso davanti ai cancelli del Filadelfia alla carta patinata del New York Times; un filo che i tifosi del Torino stanno imbastendo con una pazienza certosina, notte dopo notte, striscione dopo striscione. L'ultimo atto, in ordine di tempo, è una di quelle proteste silenziose che urlano più di qualsiasi coro: all'alba, davanti alla biglietteria nord dell'Olimpico Grande Torino, è comparso un volantino. Niente di plateale, niente di violento. Solo il volto di Urbano Cairo e una frase, secca come un ceffone, "Io non posso entrare", a suggellare l'ennesimo, chiarissimo messaggio dei sostenitori granata al presidente. Una frase che, nella sua semplicità, fotografa lo iato profondo che si è creato tra la proprietà e la curva, un divario che sembra incolmabile e che, domenica contro la Lazio, vedrà la Maratona ancora una volta deserta, spettrale, in quello sciopero del tifo ormai cronico che toglie colore e respiro allo spettacolo.
La contestazione, ormai, non conosce requie. Dopo i numerosi striscioni esposti all'esterno dello stadio e il gesto clamoroso del letame (accompagnato da uno striscione dal linguaggio inequivocabilmente duro), ci si potrebbe aspettare una tregua, un attimo di respiro. Invece no: la tensione si riaccende ciclicamente, alimentata da una classifica che vede i granata pericolosamente vicini alla zona retrocessione e da un feeling tra la piazza e il numero uno del club che è ai minimi storici. E proprio quel gesto, quello del letame scaricato davanti al centro sportivo, ha avuto una risonanza inaspettata, valicando i confini nazionali e finendo persino sulle pagine del prestigioso quotidiano statunitense. Il New York Times, attraverso il suo dorso sportivo The Athletic, ha raccontato il paradosso di un club dal passato glorioso – quello del Grande Torino, per intenderci – che oggi si dibatte in una crisi d'identità profonda, sottolineando come la passione granata sia ormai ai ferri corti con la gestione societaria di Cairo. Insomma, quel "ronzio" che il presidente aveva liquidato come semplice "acufene" si è trasformato in un boato capace di attraversare l'oceano.
Mentre la piazza rumoreggia, però, dentro le mura di via Viotti si lavora per tamponare l'emergenza sportiva. L'arrivo di Roberto D'Aversa in panchina, subentrato a Marco Baroni dopo la pesante sconfitta di Genova, è il primo tentativo di ricucire lo strappo con i risultati, anche se il nuovo tecnico si trova ad ereditare una squadra con numeri da dimenticare e un morale a terra. D'Aversa, presentato ufficialmente, ha parlato di entusiasmo e di voglia di riscatto, ma la strada è in salita. La società, dal canto suo, cerca di guardare al futuro anche attraverso progetti collaterali come l'acquisto dello stadio Olimpico, una trattativa con il Comune che Cairo stesso ha definito in evoluzione, sottolineando però la necessità di fare i conti con perizie e costi di manutenzione.




