Rider, un'indagine a Milano illumina un sistema di sfruttamento diffuso

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le indagini coordinate dal pm di Milano, Paolo Storari, e culminate nel controllo giudiziario per la società Foodinho, ossia il colosso Glovo, hanno squarciato il velo su condizioni lavorative che, lungi dall'essere un'eccezione, delineano una prassi consolidata nel settore della consegna a domicilio. Le decine di testimonianze raccolte dai carabinieri, alle quali hanno fatto seguito provvedimenti della magistratura, parlano di un'esistenza scandita da ritmi insostenibili e da compensi irrisori, spesso al di sotto dei due euro e mezzo l'ora, privi del benché minimo paracadute assicurativo. Quello che emerge, in sostanza, è un modello economico il quale, poggiando su algoritmi e piattaforme digitali, finisce per eludere ogni forma di tutela prevista dalla legge, relegando la figura del ciclo-fattorino a mero esecutore di ordini impartiti da un sistema privo di volto.

La fotografia nel Piacentino e la lotta per la sopravvivenza quotidiana

La medesima dinamica, del resto, viene confermata anche al di fuori del capoluogo lombardo, come attesta il sindacalista Gennaro Del Core del NIdil Cgil di Piacenza, il quale stima in circa duecento i rider attivi nella provincia, con concentrazioni significative a Piacenza, Fiorenzuola e Castelsangiovanni. Questi lavoratori, operanti non solo per Glovo ma anche per altre piattaforme come Deliveroo e Just Eat, si trovano a dover fronteggiare una precarietà che invade ogni sfera del quotidiano. Le paghe, dichiarate "non sufficienti" persino per coprire un affitto di duecento euro in un appartamento condiviso, obbligano a turni senza fine: c'è chi, come una rider madre, ha confessato di aver lavorato ogni giorno portando con sé i figli, e chi ha spiegato alle forze dell'ordine di non concedersi mai una pausa, operando sette giorni su sette.

La negazione dei bisogni primari durante l'orario di lavoro

Oltre alla questione retributiva, l'inchiesta ha portato alla luce anche la sistematica negazione dei bisogni primari, un aspetto che trasforma le ore di lavoro in una continua battaglia per la dignità. La ricerca di un bagno, come nel caso del rider Zulqarnain Haider che affronta turni di dieci-dodici ore, diventa un'impresa, poiché molti esercizi – incluse grandi catene di fast food – negano l'accesso ai servizi. Allo stesso modo, la necessità di una breve sosta o di una ciclofficina per una riparazione urgente si scontra con la realtà di pause obbligate all'aperto, dettate dallo stesso funzionamento delle app di prenotazione, le quali costringono a lunghe attese in strada in qualsiasi condizione atmosferica.

Un profilo socio-economico che accentua la vulnerabilità

Il quadro complessivo che ne risulta fotografa una forza lavoro composta prevalentemente da uomini under quaranta, con una forte incidenza di cittadini immigrati, la cui condizione giuridica e sociale spesso ne accentua la vulnerabilità contrattuale. Sono persone, come emerso dalle dichiarazioni raccolte, che vivono in uno stato di bisogno costante, trattate come numeri da un algoritmo che ottimizza le consegne senza considerare la persona. Le inchieste in corso, pertanto, non si limitano a contestare singole violazioni ma chiamano in causa l'architettura stessa di un settore, interrogandosi sulla sostenibilità di un sistema che ha costruito la sua fortuna sullo sfruttamento di una manodposta resa invisibile e intercambiabile.

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