Consegne a due euro, lo sfruttamento dei rider non è un’eccezione ma la regola
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Redazione Interno
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La decisione della Procura di Milano di sottoporre a controllo giudiziario Foodinho, la società italiana dell’iberica Glovo, per i reati di caporalato e sfruttamento del lavoro, non rappresenta un episodio isolato bensì il sintomo di meccanismi strutturali, spesso definiti come caporalato digitale, che segnano profondamente anche il territorio bergamasco. I magistrati, muovendosi su un binario giudiziario che affianca all’indagine penale le misure cautelari di carattere patrimoniale, hanno denunciato condizioni lavorative gravemente inique e paghe sistematicamente sotto la soglia della povertà, facendo emergere un quadro nel quale i contratti sindacali, pure esistenti, appaiono del tutto controversi e inefficaci nel garantire tutele minime. Un sistema che, come evidenziato dal sindacato, si basa su una precarietà organizzata, la quale non risparmia la provincia di Bergamo dove i rider che svolgono questa attività con continuità, facendone la principale fonte di reddito, sono stimati in circa un centinaio.
Un controllo che segue il filo delle inchieste
L’intervento del pm Paolo Storari, che ha disposto il provvedimento in via d’urgenza, riaccende i riflettori su Glovo dopo il famigerato caso del “bonus caldo” della scorsa estate, già oggetto di un intervento dei giudici del lavoro, e dimostra come le maglie delle inchieste si stiano stringendo attorno a modelli di business che fanno leva sull’erosione dei diritti. Le testimonianze raccolte dal Nucleo Ispettorato del Lavoro, infatti, dipingono una realtà di costrizione economica e assenza di alternative: c’è chi, come Rashif, dichiara di essere costretto a quel lavoro per inviare denaro in Pakistan, e chi, come Stefan, deve far fronte alle spese per la compagna operata al cuore, mentre Emmanuel sottolinea come la malattia non sia contemplata nel sistema retributivo, lasciando i rider senza alcun reddito nei periodi di infermità.
Le cifre di una povertà organizzata
Quello che emerge dagli atti dell’autorità giudiziaria è un meccanismo pervasivo, nel quale la geolocalizzazione costante non si traduce in sicurezza o trasparenza, bensì in un controllo asfissiante che non garantisce neppure compensi dignitosi, con tariffe che oscillano tra i due e i quattro euro a consegna e che, in molti casi, scendono fino a due euro e cinquanta. Si tratta di compensi che, estrapolati su scala nazionale dove si stimano quarantamila rider impiegati, configurano un fenomeno di sfruttamento di massa, con paghe che gli inquirenti non esitano a definire al di sotto della soglia di povertà, evidenziando come la retribuzione a cottimo, svincolata da ore di lavoro effettive e da garanzie minime, sia il perno di questo sistema.
Il quadro giudiziario e le implicazioni
L’istituto del controllo giudiziario, applicato in questo contesto, impone alla società di sottoporre a preventiva autorizzazione del giudice ogni atto di straordinaria amministrazione, segnando un passo significativo nel tentativo di porre un argine a pratiche ritenute illecite. La procedura, che si affianca all’indagine penale vera e propria, delinea un approccio che non si limita alla sola sanzione ma mira a intervenire direttamente sulla governance aziendale, mentre le testimonianze dei rider, raccolte negli atti, forniscono la fotografia cruda di un’esistenza sospesa tra la necessità di lavorare e l’impossibilità di vivere con quel lavoro, in un mercato che offre solo pseudo-autonomia mascherata da digitalizzazione.




