Il tabù del prezzo del petrolio nella scelta di Trump di colpire Teheran e il piano dell’Opec per arginare lo shock

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Uno dei presupposti, forse il più delicato sul piano dell’economia reale, su cui si fonda la decisione del presidente Donald Trump di lanciare l’offensiva militare contro l’Iran nella notte, risiede nella convinzione, tutta da verificare, che l’impatto sui mercati energetici possa essere non solo gestito, ma sostanzialmente contenuto. L’amministrazione americana, forte di una macchina bellica imponente e di una strategia che mira a decapitare le capacità nucleari e di intelligence del regime, sconta infatti il calcolo per cui l’interruzione dei flussi, pur pesante, non innescherà quella spirale inflazionistica in grado di colpire il cuore delle economie occidentali, dagli Stati Uniti all’Europa. Un’equazione, questa, che parte da un dato oggettivo: la Repubblica Islamica, con i suoi circa tre milioni di barili al giorno, pesa per circa il 4-5% dell’offerta globale di greggio, una quota non trascurabile ma che, nelle intenzioni di Washington, potrebbe essere compensata. Tuttavia, la variabile impazzita, quella che potrebbe far saltare ogni proiezione, resta lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia largo appena cinquanta chilometri attraverso cui transita quotidianamente un quinto del petrolio mondiale e quasi un terzo di quello trasportato via mare. Se Teheran dovesse passare dalle minacce ai fatti, provando a ostruire il passaggio delle petroliere, il rischio concreto è che il prezzo del Brent, già schizzato oltre i 72 dollari nella seduta di venerdì ai massimi da sette mesi, possa compiere un balzo ben più preoccupante.

Ecco allora che, mentre i caccia americani e israeliani colpivano obiettivi sensibili in territorio iraniano, un’altra partita, altrettanto cruciale, si giocava nei palazzi dell’energia. L’Opec+, il cartello allargato che riunisce i paesi produttori guidati da Arabia Saudita e Russia, si trova improvvisamente a dover rivedere i propri piani. La riunione tecnica degli otto membri chiave, già calendarizzata per domenica, doveva servire a limare i dettagli di un modesto incremento dell’estrazione, nell’ordine di 137mila barili al giorno, per prepararsi alla domanda estiva. Ma l’escalation militare ha costretto a un repentino cambio di passo: fonti vicine al dossier riferiscono che si sta valutando un incremento ben più sostanzioso dell’output, un vero e proprio piano di emergenza per immettere sul mercato quei volumi necessari a raffreddare i prezzi e a prevenire un’impennata che danneggerebbe tanto i paesi consumatori quanto, a lungo andare, gli stessi produttori. Del resto, i segnali premonitori non mancavano: nei giorni precedenti l’attacco, Riyadh e Abu Dhabi avevano già iniziato ad aumentare silenziosamente le esportazioni, una mossa che sa tanto di contingentamento preventivo per rassicurare i mercati e, forse, per sostituire il greggio che usciva dall’Iran in un’ottica di contingency planning. Un’azione, questa, che dimostra come i paesi del Golfo, pur nella loro esposizione a eventuali rappresaglie, temano soprattutto lo tsunami economico che deriverebbe da una chiusura prolungata di Hormuz.

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