Lo strappo Vespa-Provenzano e il teatrino dell’informazione che non fa più notizia
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
C’è un dettaglio, nella breve scaramuccia andata in scena a “Porta a Porta”, che rischia di passare inosservato tra le bordate incrociate e le reciproche accuse di parzialità – ed è proprio questo dettaglio, a ben guardare, a dire più dello scontro in sé. Bruno Vespa, che di televisione pubblica ha fatto una cattedra quasi antropologica, si è detto «gravissimo» che il Partito democratico abbia chiesto alla Rai di sanzionarlo; dall’altra parte, Giuseppe Provenzano, deputato dem, ha ribattuto con una promessa solenne («quando qualcuno mi intimerà urlando di stare zitto, io sorriderò e continuerò a parlare») e con un retroscena: quella sera, dopo la trasmissione, del conduttore non c’era traccia.
La lite – chiamiamola pure così, anche se i diretti interessati preferirebbero “disfida” o, con un eufemismo televisivo, “diverbio” – dura in realtà cinque minuti scarsi. Ed è prevedibile, quasi banale, nella sua meccanica politica: un deputato di opposizione accusa il giornalista di essere sbilanciato a destra, il giornalista risponde tirando fuori il curriculum e ricordando di avere «dato più spazio al Pd di qualunque altra trasmissione tv». Fin qui, nulla che non si sia già visto in decine di salotti. Eppure, a renderlo sintomatico non è il merito della disputa, bensì la disinvoltura con cui i due litigano: come vecchi nemici carissimi al bar, o in un tinello di periferia. Sono saltati tutti gli argini, insomma. Quelli di convenienza televisiva, dell’aplomb ingessato che per decenni ha protetto il mestiere del giornalista; ma anche quelli, più sottili, che separavano la politica dall’informazione e, in un certo senso, l’informazione dallo spettacolo.
Il “gravissimo” di Vespa e la memoria lunga del mestiere
Bruno Vespa, nel tornare sull’episodio, ha usato parole pesanti: «Trovo gravissimo che il Pd abbia chiesto alla Rai di sanzionarmi. La mia correttezza professionale l’ho dimostrata molto prima che Provenzano nascesse». Una frase, quest’ultima, che non è solo un vezzo retorico, ma un vero e proprio posizionamento generazionale. Vespa ricorda – e lo fa con la sicurezza di chi ha attraversato decenni di palinsesti – di essere stato, paradossalmente, più generoso con i democratici di quanto lo siano stati altri programmi. E aggiunge un’accusa implicita: in altri contesti, il Pd è abituato a «ben altra rappresentazione». Il riferimento è opaco, volutamente vago, ma abbastanza trasparente da far intendere una disparità di trattamento mediatico a cui il partito, secondo il conduttore, non sarebbe affatto estraneo.
Dall’altra parte, Provenzano non ha raccolto la provocazione sull’età. Almeno non in pubblico. La sua replica è affidata a una battuta, quasi un mantra, ripetuta in più occasioni: «D’ora in poi quando qualcuno mi intimerà urlando di stare zitto, io sorriderò e continuerò a parlare». L’ha detto a Napoli, durante la convention “La nuova questione meridionale”, dove l’eurodeputato Sandro Ruotolo ne ha chiesto un applauso. E l’ha ripetuto ai compagni di partito, aggiungendo però un particolare che sa di retroscena: dopo la fine della trasmissione, avrebbe cercato Vespa per parlare dell’accaduto, ma del conduttore – a quanto pare – nessuna traccia.
Il dietro le quinte che vale più della puntata
Ed è proprio questo il punto che trasforma la rissa da cronaca mondana a indizio di un costume. Non l’urlo in studio, non l’accusa di parzialità, non la replica stizzita: ma la scomparsa. Se è vero – e l’indiscrezione, per quanto non verificabile, circola con insistenza negli ambienti parlamentari – che Provenzano abbia vagato per i corridoi della Rai senza riuscire a incrociare Vespa, allora il siparietto assume i contorni di una messinscena perfetta. Il giornalista che non si fa trovare dopo aver alzato la voce in diretta. L’ospite che vorrebbe chiarire e si ritrova a parlare con i muri. La politica che chiede sanzioni, la televisione che le nega con un’alzata di spalle.
Nessuno dei due, va detto, ha mai confermato ufficialmente questo retroscena. Ma nel circo mediatico italiano, spesso il non detto pesa più delle dichiarazioni. E quel vuoto – quel “non esserci” dopo il faccia a faccia – racconta meglio di ogni editoriale lo stato di salute dell’informazione televisiva: un luogo dove si litiga per cinque minuti, ci si dà del parziale e del santone, poi ciascuno torna a casa propria senza neppure incrociare lo sguardo nei corridoi.
Quando la lite diventa sintomo, non notizia
C’è infine un dato che rende l’intera vicenda paradossalmente trascurabile sul piano politico, eppure rilevante su quello antropologico. La lite Vespa-Provenzano non cambierà un voto, non sposterà un alleato, non farà cadere un governo. È, al massimo, una “speculazioncella” da talk show nel talk show. Ma la disinvoltura con cui i due protagonisti si sono affrontati – come se il rispetto del ruolo, della deontologia, della semplice educazione fossero optional – è il vero segnale. Sono saltati tutti gli argini, appunto. Quelli che una volta tenevano in piedi la differenza tra chi fa domande e chi risponde, tra chi informa e chi viene informato, tra chi ha il microfono e chi lo subisce.
Oggi, a vederli litigare, si fa fatica a distinguere l’uno dall’altro. E forse, in fondo, non serve più neppure farlo.




