Ipocrisia Montanari, ma da che pulpito critichi Vespa?
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Redazione Interno
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La lite, o se si preferisce la disfida consumatasi in cinque minuti tra Bruno Vespa e il deputato dem Peppe Provenzano, è un evento prevedibile fino alla noia e, dunque, sostanzialmente trascurabile come mera speculazioncella politica. Viceversa, ciò che la rende sintomatica – quasi un prezioso reperto per chi volesse analizzare la temperie culturale del nostro tempo – è il modo disinvolto con cui i due contendenti hanno inscenato il loro dissenso. A vederli litigare, come fossero nemici carissimi seduti al bancone di un bar o nel tepore di un tinello privato, si comprende immediatamente che sono saltati tutti gli argini: quelli di convenienza televisiva, quelli dell’aplomb ingessato che un tempo regolava i rapporti tra colleghi, ma anche – ed è questa la vera frattura – la già labile distinzione tra politica, informazione e, in un certo senso, puro e semplice spettacolo.
L’episodio, andato in scena durante l’ultima puntata del programma di Rai 1, ha visto Vespa alzare i toni in modo veemente dopo che Provenzano, interrompendo l’intervento di un esponente di Fratelli d’Italia, aveva ironizzato sul presunto posizionamento del giornalista nell’area del centrodestra. “Questo non glielo consento!”, ha urlato il conduttore, intimando all’ospite di tacere. Nei giorni seguenti, Vespa ha voluto ribadire la sua posizione con una certa amarezza, definendo “gravissimo” che il Partito democratico abbia chiesto alla Rai di sanzionarlo: “La mia correttezza professionale – ha dichiarato – l’ho dimostrata molto prima che Provenzano nascesse”. Una rivendicazione d’orgoglio che si accompagna al dato oggettivo secondo il quale la sua trasmissione avrebbe dato più spazio al Pd di qualunque altro programma televisivo; un argomento, quest’ultimo, che il giornalista utilizza per smontare l’accusa di faziosità ribadendo: “Noi siamo i più corretti, una correttezza a cui il Pd non è abituato altrove”.
La controffensiva di Provenzano e il vuoto nel dietro le quinte
Dall’altra parte della barricata, Giuseppe Provenzano ha scelto una strategia opposta, fatta di sorrisi e di una certa ostentata seraficità. “D’ora in poi – ha affermato il deputato intervenendo a una convention a Napoli – quando qualcuno mi intimerà urlando di stare zitto, io sorriderò e continuerò a parlare”. Una replica che, nelle intenzioni, mira a ribaltare la scena: non più il parlamentare interrotto, ma il paladino della libertà di parola contro la supposta supponenza del potere mediatico. Eppure, un dettaglio emerso dai retroscena sembra contraddire questa apparente tranquillità. Secondo indiscrezioni riportate nell’articolo originale che qui rielaboriamo, ai suoi compagni di partito lo stesso Provenzano avrebbe confidato di aver cercato un confronto faccia a faccia con Vespa subito dopo la trasmissione, salvo poi non riuscire a trovarlo da nessuna parte negli studi Rai. Un dettaglio, questo, che aggiunge un ulteriore livello di mistero a una vicenda già di per sé surreale, dove la rissa verbale si mescola a un inseguimento mancato nei corridoi della televisione pubblica.
Una questione di pulpiti: il caso Montanari come contraltare
A complicare ulteriormente il quadro retorico di questa vicenda ci pensa la figura di Tomaso Montanari, il quale è intervenuto a gamba tesa per condannare i modi del conduttore. La sua critica, però, arriva da un pulpito particolarmente scivoloso. Se è vero che Vespa non appartiene certo alla corrente dei giornalisti “corretti” agli occhi della sinistra, è altrettanto vero che Montanari – come sottolineato da diverse analisi – ha costruito gran parte della sua recente visibilità pubblica proprio sulla provocazione sistematica. Negli stessi giorni in cui tuona contro la presunta violenza verbale di Vespa, lo stesso Montanari (che qui non vogliamo confondere con altri omonimi citati in vecchi blog) non si è tirato indietro nel rivolgere epiteti pesanti a esponenti del governo, salvo poi indignarsi quando le sue parole rischiano di avere conseguenze legali. “Ah Tomato – si legge in una delle cronache più acute di questa vicenda – proprio tu parli, che sulle provocazioni hai costruito il personaggino?”. L’accusa, insomma, è quella di una ipocrisia di fondo: chi ha diritto di alzare la voce? Chi può permettersi di travalicare i limiti del dibattito civile senza essere accusato di voler imbavagliare l’altro?
Quando il confronto degenera in intrattenimento
Osservando la scena da una certa distanza, ci si accorge che l’oggetto del contendere (una interruzione, una battuta, una reazione scomposta) è meno importante del contenitore. Siamo di fronte a un’epoca in cui i confini tra talk show di approfondimento, reality del conflitto e bar sport politico si sono definitivamente assottigliati. Vespa, che per decenni ha rappresentato l’establishment dell’informazione ingessata, si ritrova a urlare come un capopopolo; Provenzano, che siede sui banchi del parlamento, si atteggia a ribelle che sorride mentre lo zittiscono; e Montanari, provocatore seriale, indossa i panni del guardiano della morale. In questo carnevale dei ruoli, la sostanza della politica – leggi, decreti, crisi economiche, conflitti internazionali – scompare completamente dallo schermo, lasciando spazio al solo simulacro dello scontro. E mentre i partiti si dividono (il Pd chiede sanzioni per Vespa, FdI lo difende come un “baluardo di pluralismo”), lo spettatore resta a guardare il teatrino, forse dimenticando che l’unica vera notizia, qui, è che non c’è nessuna notizia, ma solo la conferma che il rumore ha definitivamente sostituito il merito del discorso.




