Ipocrisia Montanari, Vespa e quel “maggiordomo” che mette in scena il salto degli argini

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La lite – o meglio, quella che qualcuno ha già frettolosamente etichettato come rissa o disfida – andata in scena in cinque minuti tra Bruno Vespa e il deputato del Partito Democratico Peppe Provenzano è, di per sé, un evento prevedibile. Talmente annunciato nei toni e nelle modalità, da risultare quasi trascurabile se letto come la semplice speculazioncella politica del giorno. Eppure, e qui sta il nodo della questione, quell’alterco è sintomatico di una temperie ben più ampia, di un costume televisivo e politico che ha ormai polverizzato ogni residuo argine.

A vederli litigare con quella disinvoltura da “nemici carissimi” al bar o in un tinello di periferia, si capisce che sono saltati per aria tutti i confini: quelli della convenienza televisiva, certo, e quelli dell’aplomb ingessato che per decenni ha tenuto in riga il salotto buono della Rai. Ma non solo. È saltata anche la pretesa distinzione – ormai un ricordo del Novecento – tra politica, informazione e spettacolo. Quando Vespa, indicando la propria poltrona, chiede a Provenzano se vuole prendere il suo posto, e questi risponde, con un sorriso che sa di sfida, che forse è il conduttore a doversi sedere “dall’altra parte” (quella riservata alla maggioranza di governo), la messinscena è completa. La formalità è un luscio che nessuno dei due può più permettersi.

Il “maggiordomo” di Celli e la verità di un giudizio antico

Ma andiamo con ordine, o almeno con quello che resta della cronaca. “Vespa si comporta da padrone, ma era e resta un maggiordomo”. Parola di Pier Luigi Celli, manager navigato che ha attraversato la televisione pubblica in una delle sue fasi più instabili, quella a cavallo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio. Uomo di apparato e insieme voce critica delle élite italiane, Celli non ha mai avuto peli sulla lingua riguardo allo stile del conduttore abruzzese.

Di Bruno Vespa, Celli – che fu direttore generale della Rai tra il 1998 e il 2001 – ha un giudizio che definire “antico” è un eufemismo, ma che oggi suona più attuale che mai. Nella sua analisi, il potere di Vespa non è mai stato istituzionale, bensì delegato: un potere da cerimoniere che, col tempo, ha finito per scordarsi il proprio ruolo. E quando un maggiordomo dimentica di esserlo, il risultato è sotto gli occhi di tutti: un padrone di casa che urla “stia zitto!” a un ospite, dimenticando che la casa, in fondo, è di tutti.

Caro campo progressista, il tempo dei podcast è già scaduto

“Caro campo progressista, dire no a Porta a Porta adesso, dopo la vicenda di cui è stato vittima Peppe Provenzano, è facile, quasi scontato. C’è chi lo sostiene da vent’anni ma pazienza, meglio tardi che mai!”. Questa la frustrazione che emerge dal dibattito, un pianto greco che accompagna ogni nuova crisi del rapporto tra sinistra e talk show. L’invito, per quanto stucchevole nella sua retorica, suona però come un monito: il proposito di disertare il salotto di Vespa deve trovare attuazione concreta.

Gli si dica “no, grazie”, senza rancore e senza mancanza di rispetto. Gli si dica: “andiamo altrove”. Inventiamo nuovi linguaggi, podcast, trasmissioni in streaming. Piuttosto, ci prendiamo una birra con le nuove generazioni, quelle che di certo la sera, a mezzanotte, non stanno certo lì a guardare un talk show tradizionale con la scenografia in finto stile inglese. Tuttavia, affidarsi alla semplice diserzione significa ancora una volta fraintendere la natura del problema: Vespa non è un incidente di percorso, ma il sintomo di un sistema che il progressismo non ha mai voluto realmente combattere, limitandosi a subirlo.

Provenzano, la replica e il diritto di parlare oltre il rumore

“D’ora in poi quando qualcuno mi intimerà urlando di stare zitto, io sorriderò e continuerò a parlare”. Giuseppe Provenzano, tornato alla ribalta dopo lo scontro, ha scelto parole misurate per raccontare l’accaduto da Napoli, durante la convention “La nuova questione meridionale”. Mentre l’eurodeputato Sandro Ruotolo gli chiedeva un applauso solidale, il deputato dem ha provato a ribaltare la narrazione: non più la vittima di un’invettiva, ma l’uomo che resiste alla prepotenza verbale.

Ma al di là della solidarietà di circostanza, resta il fatto concreto che il clima nelle stanze del potere (e in quelle, ancora più anguste, della televisione pubblica) si è fatto irrespirabile. L’istinto, per chi guarda, è quello di cercare un colpevole. Tuttavia, in questo teatrino dell’urlo, la distinzione tra aggressore e aggredito è meno netta di quanto i comunicati stampa vorrebbero far credere. Se da un lato c’è Vespa che perde le staffe, dall’altro c’è una classe dirigente che ha fatto della sceneggiata la propria principale forma di comunicazione.

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