Il cortocircuito atlantico: Trump silura i “volenterosi” e rivendica Hormuz, mentre l’Europa scopre di essere sola

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’architettura di sicurezza su cui l’Occidente ha retto per decenni, quella fatta di trattati scritti e di reciproche fedi nella deterrenza, mostra oggi tutte le sue crepe più profonde proprio nel momento in cui il mondo cerca di scongiurare un’escalation dai contorni indefiniti. Da una parte c’è lo Stretto di Hormuz, da sempre nodo cruciale per l’economia globale, che riapre i battenti dopo ore di fibrillazione; dall’altra, una frattura insanabile tra Washington e i suoi alleati storici, con un presidente americano, Donald Trump, che ormai da più di un anno alla Casa Bianca usa i social network come fossero armi di distruzione politica per ridisegnare i confini del Patto Atlantico. La cronaca recente, in particolare quella che lega la crisi iraniana alle reazioni europee, ci racconta di un’alleanza che non è più tale, ma un mero contratto a chiamata, revocabile e condizionato dalla fedeltà assoluta a una linea imposta dagli Stati Uniti.

È proprio sullo Stretto di Hormuz, teatro di una tensione che rischiava di strozzare i flussi petroliferi mondiali, che si consuma l’ennesima, bruciante umiliazione per i leader del Vecchio Continente. Mentre a Parigi, all’Eliseo, si riunivano i capi di Stato e di governo dei Paesi “volenterosi” – un summit voluto da Emmanuel Macron e Keir Starmer per studiare una missione di pace o di interdizione, con l’Italia di Giorgia Meloni pronta a offrire le proprie unità navali – la notizia che cambiava tutto arrivava da una bacheca social americana. Trump, con la sua consueta, inconfondibile capacità di prendere in contropiede i suoi interlocutori, ha annunciato che l’Iran ha accettato di non chiudere mai più il passaggio e, soprattutto, ha liquidato i lavori in corso a Parigi con un secco “Siete inutili, state lontani”. L’Europa, insomma, scopriva di essere stata esclusa dal tavolo che conta, ridotta a spettatrice di un accordo negoziato altrove, probabilmente a Islamabad, mentre i suoi vertici discutevano ancora di scenari e procedure.

A rendere la situazione esplosiva, però, non è solo la gestione della crisi in Medio Oriente, ma la reazione a catena che questo episodio scatena nei rapporti tra Usa e Nato. L’Alleanza, va ricordato, era nata con un preciso mandato difensivo sancito dall’articolo 5, quello che impegna i membri a correre in aiuto di un alleato aggredito; eppure, oggi, Trump ne contesta la funzione e, soprattutto, la restituzione del favore. Il presidente americano ha definito “ridicola” la spesa sostenuta da Washington, accusando i partner europei di non aver sostenuto gli Stati Uniti nella questione iraniana, nonostante i trilioni di dollari investiti per proteggere il continente dalla minaccia russa. Secondo la sua narrazione, che filtra attraverso un’intervista rilasciata a Fox Business, se l’Europa non è stata al fianco degli Usa in questa occasione, non lo sarà mai in nessun’altra, gettando così un’ombra lunga sulla validità stessa del contributo americano all’Alleanza.

Questa logica della ritorsione, che potrebbe sembrare un semplice sfogo verbale, si sta invece traducendo in una prassi operativa destinata a riscrivere la geografia militare del continente. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal e analizzato dagli esperti, l’amministrazione starebbe valutando seriamente il trasferimento di truppe da quei Paesi ritenuti “poco collaborativi” – come l’Italia, la Francia, la Germania e la Spagna – verso quelli più allineati con gli interessi di Washington, in primis la Polonia, la Romania e la Grecia. Non si tratta più, quindi, di una semplice critica sulle percentuali del Pil da destinare alla difesa, ma di un vero e proprio meccanismo di ricompensa e punizione: la protezione americana non dipende più dalla geografia del rischio, ma dal grado di obbedienza politica rispetto a guerre che, come quella contro l’Iran, non rientrano nemmeno nei parametri tradizionali della difesa dell’area nordatlantica. In questo modo, la Nato cessa di essere un patto di sicurezza collettiva per trasformarsi in una piramide gerarchica, dove la permanenza delle basi e dei soldati è legata alla volontà di seguire gli Stati Uniti anche in operazioni che l’Europa, per costituzione o per interesse nazionale, ha scelto di non sposare.

Un’Europa spiazzata e l’ombra dell’autarchia nucleare

Di fronte a questa offensiva, che arriva mentre Trump attacca direttamente leader un tempo considerati alleati come Giorgia Meloni (definita “deludente” per il diniego dell’uso della base di Sigonella) e mentre si continua a discutere delle mire espansionistiche sulla Groenlandia, l’Europa scopre di non avere più un’assicurazione sulla quale contare ciecamente. Il messaggio lanciato da Oltreoceano è brutalmente chiaro: i vecchi amici da cui difendersi, paradossalmente, non sono più i nemici di sempre, ma coloro che siedono dall’altra parte del tavolo dell’Alleanza. Da qui la necessità, sempre più avvertita in ambienti strategici, di accelerare quella che un tempo veniva chiamata “autonomia strategica”. Il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, pur divisi su molte questioni, sembrano trovare un terreno comune nel sostenere che sia giunto il momento per l’Europa di diventare autarchica dal punto di vista economico e politico, ma soprattutto militare.

E qui si tocca il punto più dolente, quello che fa tremare i polsi degli strateghi: il deterrente nucleare. Con l’ombrello americano messo in discussione, e con la Russia percepita come una minaccia concreta ai confini orientali, la discussione torna inevitabilmente sulla bomba atomica francese. Se Parigi fosse disposta a estendere la propria “dottrina” di dissuasione a tutta l’Unione, e se Berlino fosse pronta ad accettare una ridefinizione della sovranità in materia, l’Europa potrebbe colmare il vuoto lasciato da Washington. Ma la strada è lunga, disseminata di veti incrociati e di diffidenze storiche. Una cosa, però, appare certa: l’era della protezione a senso unico è finita. La crisi di Hormuz ha dimostrato che Trump non esita a silurare gli amici e a fare affari da solo; per l’Europa, la scelta è tra rimanere un attore marginale, colpito dalle crisi energetiche e di sicurezza che non controlla, o dotarsi finalmente degli strumenti – economici e nucleari – per essere una potenza in grado di difendersi da chiunque, anche e soprattutto da chi, fino a ieri, considerava un alleato.

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