I detenuti stranieri sono ventimila, carceri al collasso

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La realtà penitenziaria italiana, lontana da ogni principio costituzionale di rieducazione, si conferma una distopia quotidiana di sovraffollamento e degrado. Dati aggiornati, che lasciano sgomento chi li esamina, rivelano una popolazione detenuta che ha superato ampiamente le 62.400 unità, un numero schiacciante se paragonato alla capienza regolamentare, già di per sé insufficiente, che si attesta intorno ai 51.280 posti. A rendere ancor più asfissiante il quadro concorre l'inagibilità di molti spazi, dovuta a carenze manutentive croniche, la quale spinge il tasso effettivo di affollamento oltre la soglia del 133% in numerosi istituti. In questo contesto, che definire critico è eufemistico, spicca la presenza di circa ventimila stranieri, un dato che contribuisce a ingolfare un sistema ormai inerte, dove le persone in attesa di giudizio convivono forzatamente, per mesi, con criminali abituali in condizioni che offendono la dignità umana.

La denuncia dal sindacato: celle trasformate in dormitori

Le proteste di chi vive in prima linea quella situazione, come gli agenti di polizia penitenziaria, sottolineano come le risposte delle amministrazioni locali siano spesso controproducenti. In alcune strutture, dinanzi all'arrivo di nuovi gruppi di detenuti, si è ricorsi all'inserimento di un quarto posto letto nelle stanze detentive, una soluzione che aggrava la già precaria vivibilità e riduce agli minimi termini gli spazi personali. Una pratica, questa, che trasforma le celle in veri e propri dormitori, annullando del tutto qualsiasi velleità di percorso riabilitativo individuale e aumentando le tensioni, già palpabili, tra le mura dei penitenziari.

L’allarme dal volontariato: “Non è emergenza, è strutturale”

La gravità del fenomeno, del resto, è ben chiara a chi opera negli istituti da anni. Come ha avuto modo di denunciare un cappellano di un carcere del Nord Italia, riferendosi a un recente fatto di cronaca nera avvenuto tra le sbarre, “non si può andare avanti a dare la tachipirina a chi ha il tumore”. Una metafora efficace per descrivere l'approccio inefficace e palliativo alla questione. La sua testimonianza, che parte dal 2010, evidenzia una continuità di immobilità nonostante l'avvicendarsi di governi di diverso colore politico, segnalando la mancanza di una volontà parlamentare trasversale per intervenire seriamente. “Le celle scoppiano”, ha aggiunto, sottolineando come il personale sia oppresso dalla burocrazia e impreparato a gestire le nuove dipendenze patologiche, mentre manca del tutto un accompagnamento per il reinserimento post-detenzione.

Un sistema al limite tra burocrazia e nuove criticità

Il quadro che emerge è, dunque, quello di un sistema giunto al capolinea, schiacciato tra numeri insostenibili e una gestione farraginosa. L'elevato numero di stranieri presenti, uno su tre tra i detenuti, rappresenta solo uno degli aspetti di una crisi multidimensionale. A ciò si sommano, infatti, la complessità nel gestire detenuti con problematiche legate a sostanze psicoattive di nuova generazione e l'assenza pressoché totale di progettualità per il dopo-carcere. Elementi che, insieme, configurano un fallimento annunciato le cui conseguenze, come testimoniato dai fatti di cronaca che periodicamente riaffiorano, si riversano inevitabilmente sulla sicurezza e sulla tenuta sociale dell'intero Paese.

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