L’enigma dei libri antichi comprati a tonnellate e distrutti: l’insaziabile fame dell’intelligenza artificiale

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nella bottega di Pieter de Vries, incastonata tra i canali e le facciate secentesche del centro storico di Haarlem, il tempo scorre con un ritmo che appartiene a un’altra epoca.

Sessant'anni, libraio olandese con le dita segnate dall'inchiostro e dalla polvere secolare, de Vries si dedica con pazienza certosina alla vendita di mappe, stampe e illustrazioni che affondano le radici nel Cinquecento e nel Seicento, affiancando alla sua attività principale una preziosa collezione di volumi rari: una storia di Roma stampata nel lontano 1558, resoconti di viaggio settecenteschi, prime edizioni di classici e ponderosi trattati di storia naturale.

In una giornata nella norma, il suo fatturato si traduce nella vendita di un singolo libro, un numero che riflette la lentezza e la profondità di un mercato di nicchia, dove ogni acquisto è il frutto di una ricerca appassionata e non di un impulso consumistico. Eppure, da qualche mese a questa parte, qualcosa ha rotto l'incantesimo di quella quiete, trasformando la sua bottega in un osservatorio privilegiato di un fenomeno tanto misterioso quanto inquietante, che coinvolge le più potenti aziende tecnologiche del pianeta.

Il boom di vendite che sconvolge i librai indipendenti

Il primo campanello d'allarme per molti operatori del settore è stato il dato grezzo, inconfutabile e clamoroso delle vendite: dove prima si contavano una ventina di libri alla settimana, ora si registrano acquisti che raggiungono agevolmente le diverse centinaia di volumi, un'impennata che ha dell'incredibile per un piccolo libraio indipendente che, come de Vries, non ha mai avuto rapporti diretti con colossi della Silicon Valley, ma opera esclusivamente tramite portali online che fungono da anonimi intermediari.

La testimonianza raccolta da alcuni media, tra cui le ricostruzioni giornalistiche curate da Caterina Malanetto su La Stampa, dipinge un quadro preciso e sconcertante: le società impegnate nella corsa all'addestramento delle intelligenze artificiali stanno letteralmente facendo incetta di milioni di libri cartacei, per lo più datati e pubblicati in un'era pre-digitale, con l'unico scopo di distruggerli fisicamente.

Non si tratta di collezionismo bibliofilo, né di un ritorno alla carta, ma di una vera e propria operazione industriale, che trasforma i volumi in materia prima da consumare, un paradosso che vede la tecnologia più avanzata divorare le testimonianze più antiche della cultura umana.

Il destructive scanning: quando la carta viene vivisezionata per nutrire i chatbot

La ragione di questa corsa all'oro cartaceo risiede in un procedimento tecnico noto come "destructive scanning", un termine che evoca immagini di laboratori scientifici più che di archivi storici, e che prevede la vera e propria vivisezione di ogni singolo volume per estrarre i testi nel minor tempo possibile, sacrificando l'integrità fisica del libro sull'altare della velocità di digitalizzazione.

I vecchi libri, quelli stampati prima del 2022, sono diventati improvvisamente il bene più prezioso per le big tech, non perché contengano informazioni segrete o formule magiche, ma perché rappresentano l'ultimo baluardo di testi scritti esclusivamente da esseri umani, senza alcuna contaminazione o ausilio da parte delle macchine, un dettaglio cruciale in un'epoca in cui il web è saturo di contenuti generati artificialmente.

Per progredire e affinare le proprie capacità linguistiche, i chatbot di ultima generazione necessitano di nutrirsi di strutture sintattiche complesse, di stili narrativi variegati e di una qualità espressiva che solo i libri pubblicati in un'epoca precedente all'avvento dell'IA generativa possono garantire, e per fare questo le aziende sono disposte a pagare cifre importanti e a distruggere patrimoni bibliografici che i librai hanno custodito per anni.

L’oro nascosto nei volumi del Cinquecento e il paradosso dell’innovazione

Il paradosso, evidente e al tempo stesso tragico, è che un settore ipertecnologico come quello dell'intelligenza artificiale, che basa la propria esistenza sulla capacità di elaborare dati immateriali, si ritrovi a dipendere così pesantemente dall'oggetto libro nella sua forma più tangibile e deperibile, quasi a suggerire che la materia prima per il futuro digitale sia la polvere degli archivi.

I volumi che finiscono sotto i taglierini dei laboratori di scanning non vengono letti da nessuno nel senso tradizionale del termine; la loro funzione non è quella di essere sfogliati da un lettore umano, ma di essere smembrati e convertiti in flussi di dati che alimentano modelli predittivi, un destino che appare profondamente distante dalla cura e dalla passione con cui Pieter de Vries descrive il suo lavoro quotidiano.

Le segnalazioni di questi acquisti massicci, che hanno dell'inverosimile per le loro dimensioni, trovano riscontro nei racconti di decine di altri colleghi sparsi per l'Europa, che improvvisamente si vedono recapitare ordini enormi per volumi che fino a ieri consideravano invendibili, pagati profumatamente e destinati a sparire per sempre dalla circolazione, trasformati in dati per addestrare i giganti del pensiero computazionale.

Il silenzio delle big tech e il destino della cultura a stampa

Mentre i chatbot diventano sempre più eloquenti e raffinati, capaci di imitare la prosa di un saggio del Settecento o di un romanzo ottocentesco, nelle retrovie di questa rivoluzione silenziosa si consuma la distruzione fisica di milioni di pagine, un fenomeno che solleva interrogativi etici e pratici sul valore che attribuiamo alla cultura materiale in un'epoca di smaterializzazione forzata.

Le aziende acquirenti, per la maggior parte, non rilasciano dichiarazioni ufficiali sul metodo preciso con cui gestiscono questi volumi, limitandosi a confermare indirettamente l'utilizzo di tecniche di digitalizzazione rapida, mentre i librai, come de Vries, si trovano a dover fare i conti con una domanda che non avevano mai immaginato, proveniente da acquirenti anonimi che non mostrano il minimo interesse per il contenuto o lo stato di conservazione, ma solo per la quantità e la datazione del materiale.

Si apre così un capitolo inedito e sconcertante nella storia dell'editoria e della conservazione, dove il libro diventa cibo per macchine, un combustibile per l'evoluzione tecnologica, e il suo valore non risiede più nelle idee che contiene, ma nella sua arcaicità e nella sua purezza da interventi meccanici, un cortocircuito culturale che sta cambiando per sempre il volto del commercio antiquario.

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