Netanyahu a Washington tra proteste e dossier caldi: dal nucleare iraniano alla gestione di Hormuz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il corteo presidenziale di Benjamin Netanyahu è stato accolto a Washington da una contestazione rumorosa e organizzata, con attivisti che hanno fatto irruzione nei pressi dell’hotel che ospita il premier israeliano, per poi essere bloccati dalle forze di polizia. Fischietti, tamburi e bandiere della Palestina hanno accompagnato il passaggio del convoglio, mentre si levavano cori contro il leader israeliano, apostrofato come “criminale di guerra” e invitato ad andarsene.

La visita del premier nella capitale americana, finalizzata all'incontro con il presidente Donald Trump, si inserisce in un quadro di rinnovate tensioni diplomatiche e crisi umanitarie, con i riflettori puntati sulle posizioni di Israele riguardo ai fronti aperti e al programma nucleare iraniano.

L’incontro alla Casa Bianca e il peso dell’agenda internazionale

Donald Trump attende Benjamin Netanyahu nello Studio Ovale per un colloquio che, secondo le fonti diplomatiche, dovrebbe affrontare i principali dossier della regione, dal conflitto a Gaza alle minacce provenienti da Teheran. Il premier israeliano, che si è opposto con forza a qualsiasi ipotesi di ritiro dai fronti attualmente impegnati, porterà probabilmente elementi di novità sulla situazione nucleare iraniana, un tema sul quale gli Stati Uniti hanno mostrato una linea di fermezza.

L’incontro di oggi, a cui prenderà parte anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky secondo quanto riferito da Reuters, assume una valenza strategica in un momento in cui la diplomazia statunitense cerca di ricucire uno strappo con alcuni attori regionali, pur senza allentare la pressione su Hamas e Hezbollah.

Prove di dialogo nel Golfo: la proposta dell’Oman su Hormuz

Sullo sfondo delle trattative e delle pressioni militari, emerge un tentativo di mediazione che coinvolge il sultanato dell'Oman, il quale ha avanzato una proposta per una gestione congiunta dello Stretto di Hormuz, con un sistema di tariffe volontarie che ricorderebbe il modello adottato per lo Stretto di Malacca.

Secondo quanto appreso dall’agenzia Reuters, l’iniziativa omanita avrebbe già raccolto il sostegno di diversi Paesi della regione, offrendo una possibile via per ridurre le frizioni legate al transito navale e alle sanzioni, senza tuttavia risolvere il nodo delle ambizioni nucleari di Teheran. Questa ipotesi, sebbene ancora in fase embrionale, rappresenta uno dei rari segnali di apertura in un’area dove gli equilibri restano fragili e le contrapposizioni ideologiche rischiano di degenerare in nuovi scontri.

La protesta e il richiamo alla Corte penale internazionale

I manifestanti filopalestinesi, che hanno scelto la vigilia dell'incontro per far sentire la propria voce, non hanno limitato la loro azione alla semplice contestazione di piazza: alcuni di loro sono riusciti a superare le prime barriere dell'hotel dove alloggia Netanyahu, costringendo la polizia a un intervento tempestivo per evitare contatti diretti con il premier.

Le grida contro il sostegno militare e politico degli Stati Uniti a Israele si sono mescolate con gli appelli all'arresto di Netanyahu, richiamando il mandato spiccato nel 2024 dalla Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra e contro l'umanità commessi nella Striscia di Gaza. Israele respinge naturalmente ogni accusa e non riconosce la giurisdizione del tribunale dell’Aja, ma il rinvio a quel provvedimento giudiziario riaccende il dibattito sulla legittimità delle operazioni israeliane e sul ruolo delle istituzioni internazionali nel conflitto mediorientale.

Le posizioni israeliane tra sicurezza interna e pressioni esterne

Netanyahu, che si trova a Washington in un momento di accresciuta instabilità politica interna e di crescenti critiche internazionali, non sembra disposto a cedere terreno sulla richiesta di mantenere il controllo delle aree operative né a rinunciare alla deterrenza nei confronti di Teheran. L'incontro con Trump, al di là delle proteste che hanno scandito il suo arrivo, si configura come un'occasione per ribadire l’asse strategico con gli Stati Uniti, anche se le posizioni sull’eventuale ritorno al negoziato con i palestinesi rimangono distanti.

Le manifestazioni di piazza, d’altro canto, testimoniano un clima di forte polarizzazione negli Stati Uniti, dove l’opinione pubblica democratica e le associazioni prodiritti umani chiedono un cambio di rotta, mentre l’amministrazione repubblicana mantiene una linea di sostegno senza precedenti a Israele, complicando ogni possibile scenario di distensione.

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