Accordo preliminare tra Apple e Intel, la Casa della Mela torna dal vecchio fornitore per i suoi chip

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non c'è più traccia dell'astio che aveva portato alla separazione del 2020. Apple e Intel, dopo anni di silenzio e di strade tecnologiche divergenti, avrebbero trovato un’intesa di massima destinata a riscrivere gli equilibri nel settore dei semiconduttori. A riportarlo è il Wall Street Journal, secondo cui le due società avrebbero imbastito un negoziato durato oltre dodici mesi, conclusosi nelle scorse settimane con la definizione di un accordo formale. Eppure, il patto – qualora venisse definitivamente ratificato – non assomiglierebbe per nulla a quello storico che legò le due aziende ai tempi dei Mac con processori Intel. Stavolta, l’azienda di Cupertino non vuole i chip progettati da Santa Clara, ne vuole la capacità produttiva.

Una fonderia per i chip disegnati da Apple, addio ai vecchi processori x86

La differenza sostanziale, che molti osservatori rischiano di sottovalutare, risiede nel ruolo che Intel andrebbe a ricoprire. L’azienda statunitense, oggi guidata da Lip-Bu Tan, non tornerebbe a fornire le unità centrali che hanno animato i Mac per quasi quindici anni, bensì metterebbe a disposizione i propri impianti di produzione, quelli facenti capo alla divisione Intel Foundry, per fabbricare semiconduttori progettati interamente da Apple. Una distinzione tutt’altro che banale: da fornitore principale di componenti chiave, Intel si trasformerebbe in un partner industriale di secondo livello, pur rimanendo cruciale per la catena di approvvigionamento della Mela. Già a partire dal 2020, come è noto, Apple aveva completato la transizione verso i propri processori Apple Silicon, basati su architettura ARM, recidendo un legame che apparve – almeno all’epoca – una rottura definitiva.

La spinta dell’amministrazione Trump per riportare la produzione negli Stati Uniti

A favorire il riavvicinamento, stando alle fonti citate dal quotidiano americano, sarebbe stato un convinto intervento dell’amministrazione Trump. La Casa Bianca, che da tempo considera la produzione di chip un dossier di sicurezza nazionale, avrebbe utilizzato la propria influenza – e il proprio denaro – per ricompattare il fronte tecnologico nazionale. Nell’estate del 2025, il governo federale ha convertito quasi nove miliardi di dollari di sovvenzioni in una partecipazione azionaria del 10% in Intel, diventando di fatto l’azionista di maggior rilievo del produttore di chip. Questa leva finanziaria è stata poi utilizzata per spingere i vertici di Apple al tavolo delle trattative: il Segretario al Commercio Howard Lutnick avrebbe incontrato ripetutamente Tim Cook e altri dirigenti di Cupertino, ottenendo infine che il presidente Trump sostenesse personalmente l’opzione con Cook durante un incontro alla Casa Bianca. Un quadro, questo, che disegna una svolta più politica che industriale, sebbene le ragioni economiche non manchino.

La crisi di TSMC e la fame di chip per l’intelligenza artificiale

C’è poi un fattore contingente, pesantissimo, che spinge Apple a cercare un secondo fornitore. La storica dipendenza dalla taiwanese TSMC, considerata fino a ieri inattaccabile, mostra oggi i primi segni di cedimento strutturale. La domanda di chip avanzati, alimentata dalla corsa all’intelligenza artificiale, ha saturato le linee produttive dei nodi più performanti, creando colli di bottiglia che nemmeno un cliente prioritario come Apple riesce più a superare indenne. Nelle ultime due conference call, lo stesso Cook ha dovuto ammettere che la carenza di componenti ha limitato le vendite di iPhone e che per alcuni modelli di Mac – il mini e lo Studio, per citarne due – i tempi di attesa per i clienti si sono dilatati oltre il ragionevole. Aperto un varco nella solida muraglia di fornitura di TSMC, Intel prova a infilarcisi con i suoi impianti sparsi tra Arizona e Ohio, promettendo volumi e sicurezza geopolitica.

Quali chip passeranno per i forni di Intel Foundry?

Non è dato sapere, almeno per ora, quali prodotti finiranno sulla linea di montaggio di Intel. L’azienda di Cupertino commercializza oltre duecento milioni di iPhone all’anno, a cui si aggiungono decine di milioni di iPad e Mac, e appare improbabile che i processori A series o i nuovi M series vengano trasferiti in blocco sui nodi produttivi di Santa Clara. Gli analisti del settore suggeriscono piuttosto una strategia a scaglioni: Intel potrebbe partire producendo chip secondari, componenti periferici o le varianti di fascia bassa dei futuri System-on-Chip, riservando a TSMC la produzione dei modelli più performanti. Per Intel, d’altra parte, l’accordo rappresenta l’occasione della vita per dimostrare che la sua rinascita come fonderia per conto terzi non è solo un proclamo: dopo la riconversione al nodo produttivo 18A (basato sui transistor RibbonFET) e l’aggiudicazione di commesse da parte di Nvidia e del progetto Terafab di Elon Musk, il sigillo di Apple sarebbe il certificato di credibilità definitivo. I mercati, intanto, hanno già premiato l’operazione: il titolo Intel ha guadagnato oltre il 125% nell’ultimo mese, volando verso i centotrenta dollari ad azione.

Meta Description: Apple e Intel verso un accordo preliminare per la produzione di chip. L’intesa, sostenuta dall’amministrazione Trump, escluderebbe i vecchi processori x86 e vedrebbe Intel agire come fonderia.

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